Home NEWS IN HOME A margine / E sul Ticino tornò ad aleggiare lo spettro di...

A margine / E sul Ticino tornò ad aleggiare lo spettro di Erminio Criscione

286
0

Non a caso si evoca lo spettro di Erminio Criscione, ora che è stata assunta ma tutt’altro che metabolizzata la drammatica vicenda vallerana dipanatasi tra giovedì sera e venerdì sera, Faido il punto di origine, ad Acquarossa frazione Leontica l’atto finale. Per molti – anche indigeni – delle nuove generazioni, quel nome conterà poco o forse significherà nulla; chi stia da qualche tempo negli “anta”, invece, prova ancora un brivido lungo la schiena al solo ricordo dei fatti, magari non più serbandosi precisa memoria dei particolari ma nella sostanziale potenza della dimensione cronistica rapidamente storicizzatasi, perché anche quella vicenda si cristallizzò nel volgere di breve tempo, non 24 ma due sole ore. Come in quel mercoledi 4 marzo 1992, giorno dell’ordinaria follia di un tizio che, problemi finanziari (emersi peraltro in un secondo tempo) a parte, nei comportamenti abituali a tutto faceva pensare fuorché ad un’improvvisa e determinata volontà di esercitare violenza dalla “A” alla “Z”, alla violenza “ragionata”; alla violenza “strutturata” perché le vittime, sia quelle reali cioè colpite a morte o colpite a ledere sia quelle non raggiunte per questione di tempi o di congiunture fortuite ma che erano bersagli designati ed a loro volta riportarono conseguenze da impatto emotivo, in un modo o nell’altro avevano o avevano avuto a che vedere con colui che si sarebbe posto meticolosamente alla loro ricerca.

Dei fatti, se volete, troverete ampia letteratura: anche su InterNet circolano resoconti abbastanza attendibili almeno per la prima fase, quella dei delitti e dei ferimenti, di un dramma in due tempi. Sei furono i morti, sei i feriti a causa dell’opera devastastrice di un uomo che molti conoscevano quale macellaio per professione e che macellaio, in altro senso, si rivelò tra il tempo che nelle famiglie era dedicato alla cena, al telegiornale ed alle previsioni del tempo, poi bambini a letto e adulti a far due parole o due conti ed a prepararsi mentalmente per il giorno dopo. Nei tempi in cui i nomi ed i cognomi godevano di libera diffusione, si venne a sapere in breve che i proiettili di un similKalashnikov si erano abbattuti su persone dalla varia estrazione sociale e dal vario ruolo nella società: tre furono i morti di una famiglia in quel di Soresina che al tempo era frazione di Rivera ancora Comune autonomo, tre furono i morti di un’altra famiglia a Rivera. Tutte quelle persone conoscevano Erminio Criscione, che nel novero dei soggetti da “punire” non esitò ad inserire la consorte di un suo pregresso insegnante: alla bocciatura di anni addietro egli oppose quella che credette essere una sua legge da applicarsi, arma da fuoco, se non c’è il marito paga la moglie.

Erminio Criscione non fuggì: dopo aver percorso chilometri in su e in giù tra cintura urbana di Lugano e zona del Ceneri, dopo aver dovuto rinunciare a due suoi obiettivi uno dei quali era l’allora consigliere nazionale Adriano Cavadini che si era concesso una vacanza con coniuge e discendenti e che pertanto non fu trovato al domicilio né in un primo né in un secondo passaggio, dopo aver telefonato alla moglie da una postazione pubblica per dirle di aver fatto quel che aveva fatto, il pluriomicida raggiunse Camorino e si consegnò alle autorità di polizia. Era uscito dall’abitazione poco dopo le ore 19.00, ed alle ore 21.15 si fece ammanettare, avendo sulla coscienza cinque morti e sette feriti (una sesta persona sarebbe deceduta di lì a poco). L’epilogo, e sulle dinamiche di quei giorni intercorsi vorremmo riascoltare Jacques Ducry che al tempo era procuratore pubblico, appena cinque giorni più tardi, quando di Erminio Criscione fu scoperto il corpo senza vita, impiccato in cella, imprecisabile il momento anche se furono rilevati un “terminus a quo” ed un “terminus ad quem”: nel mezzo, due ore e qualche minuto, così come due ore e qualche minuto era durata la mattanza.

C’erano stati e ci sarebbero stati altri fatti eclatanti e della medesima natura, in Svizzera: Günther Tschanun, nell’aprile 1986, aveva spedito sotto terra quattro colleghi e ne aveva ferito un quinto, a Zurigo; Friedrich Leibacher, nel settembre 2001, salì ai disonori della cronaca entrando nell’aula del Parlamento a Zugo e uccidendo tre consiglieri di Stato ed 11 granconsiglieri e ferendo altri 15 persone, salvo uccidersi. Ma nella memoria abbiamo il concetto della “strage di Zugo”, ed invece nel caso a noi più vicino continuiamo a dire che prima o poi un Criscione càpita. Capitò anche un Tschanun, infine, in Ticino, ma per altra questione: quando nel febbraio 2015 si scrisse della morte di un 73enne per incidente sulle sponde della Maggia, dalle parti di Losone, nessuno poteva immaginare che sotto il nome di Claudio Trentinaglia, amabile vicino di casa e cortese conversatore, si celasse proprio l’architetto artefice del fatto di sangue e tornato in libertà nel 2000. Altra storia, comuni i denominatori.