E chi l’avrebbe mai detto – si prenda nota, a futura memoria, da oltreconfine – che il Consiglio di Stato repcanticinese si sarebbe rivelato nel ruolo del migliore alleato possibile d’una larga fetta dei circa 80’000 frontalieri riversantisi nel mercato indigeno del lavoro: sull’esito di una perizia giuridica che era stata commissionata a Pascal Hinny, docente e titolare della cattedra di diritto tributario all’Uni Friborgo cioè uno di quegli specialisti che in materia mettono il punto fermo a discussioni e diatribe, “contra legem” – meglio, agli antipodi dei fondamentali del “Pacta sunt servanda” – si pone l’ormai stradiscussa “tassa sulla salute” che, nei termini propri della politica che attenua sopisce tronca smorza affievolisce, è declinata come “contributo di compartecipazione al Servizio sanitario nazionale” e da cui sarebbero stati colpiti i “vecchi” frontalieri cioè coloro la cui attività aveva preso origine prima del nuovo accordo sulla fiscalità sull’asse tra Berna e Roma (riferimento giuridico: articolo 9 del testo entrato in vigore a metà luglio 2023 con applicazione dal gennaio 2024). Sintesi delle sintesi: a) di imposta e non di tassa trattasi (chissà come mai, nutrivamo un vago ed analogo sospetto); b) di violazione degli accordi sulla fiscalità, e/o della convenzione sulle doppie imposizioni, tra i due Paesi trattasi (eh, insomma: vale quanto sopra indicato). Conseguenza: per quanto adottata in sede di Parlamento italiano e per quanto non entrata ancora in vigore nelle Regioni confinarie (per il Ticino valgono ovviamente Piemonte e Lombardia), la “tassa sulla salute” fa a cazzotti con quanto parafato, firmato e controfirmato.
“Iter in… itinere” – Mentre in Italia prendeva forma l’ipotesi della “tassa sulla salute” (per inciso: percorso legislativo non particolarmente accidentato, ma mancano ancora i decreti attuativi da parte delle autorità regionali laddove intendasi applicare tale pretesa; standosi al “pare”, che è sempre mutanghero cioè suscettibile di reinterpretazioni antipodiche, Piemonte no e Lombardia sì), mentre ciò avveniva, dicevamo, a Bellinzona sponda Esecutivo ben si sono guardati dall’aspettare passivamente o dal restare in vigile attesa con atteggiamento da osservatori punto e amen; la cosa poco piacerà ai detrattori sistematici dell’Esecutivo, ma tale scelta va a merito di chi l’abbia adottata anche con un lavoro sotto il pelo dell’acqua. E dunque, a primario scanso di equivoci, lettura dei testi, riga per riga, quattro occhi lavorano sempre meglio di due, e congruo investimento in “Stabiloboss” ed inchiostro dei “toner” per ravvisare tutto quel che potesse suonar male per sintassi e grammatica legale, non entrandosi nel merito di formulazioni presumibilmente solide sul piano giuridico ma scazonti, intorcinate e carenti tra testa e casso: in traduzione corrente, una congerie di problemi si era manifestata prima ancora che al professor Pascal Hinny fosse destinato l’invito a fornire una valutazione pedissequa. Ne indichiamo uno che, di suo, è pietra angolare: nell’accordo sull’imposizione dei frontalieri sta scritto che solo in Svizzera è possibile prelevare imposte sul lavoro dipendente dei “vecchi” frontalieri; assodato l’essere codesto “contributo di compartecipazione al Servizio sanitario nazionale” non una tassa ma un’imposta, ed ovviamente non un’imposta nel senso di anta della finestrale persiana ma un’imposta che bastonerebbe soprattutto gli “-anta” della manodopera italiana, e ciò a rigore di diritto interno svizzero e di diritto autonomo in materia di convenzioni, ogni pretesa è da considerarsi nulla e nemmeno ricevibile. Insomma: togli la pietra angolare e il castello viene giù.
Le conferme – Pascal Hinny, su questo aspetto, è stato tassativo, almeno con riferimento al versante svizzero: nella convenzione è disciplinato il diritto di imposizione dei citati redditi dei “vecchi” frontalieri, e tale diritto è attribuito alla sola Svizzera. In diretta derivazione il messaggio che ora scivola ad ovest del Passo del corno ed a sud del colle di Pedrinate: se sullo stesso reddito di lavoro è esercitata un’imposizione in forza di pretesa proveniente da enti territoriali italiani, ebbene, per quanto riguarda la Confederazione elvetica stiamo parlando di violazione degli accordi. Conseguenza: documenti alla mano, Bellinzona sponda Consiglio di Stato interpellerà Berna sponda Consiglio federale, “con l’auspicio che la stessa (cioè l’autorità politica federale, ndr) sostenga le ragioni della Svizzera e del Cantone Ticino nelle prossime settimane” e, in un secondo tempo, decida “in merito al versamento dei ristorni all’Italia”. Sappiano dunque i frontalieri: il loro miglior alleato, in questo momento, è a Bellinzona…






















































































