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A margine / Lugano stadio, in…felicità è un bicchiere di vino con un panino

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Nel primo giorno di scuola, per di più quando si tratta di una scuola nuova di pacca ed il cui portone si spalanca per la prima volta davanti agli occhi di allievi e famiglie degli allievi, è buona abitudine della dirigenza, dei docenti e del personale ausiliario il presentarsi al meglio, tutto essendo stato predisposto, tutto essendo stato preparato. Che diamine: controlli che i corridoi siano in ordine e ben puliti, controlli che le sedie siano al posto giusto, controlli che le finestre si aprano e si chiudano correttamente; e poi, e soprattutto, svolgi qualche verifica nei singoli settori (“Funzionano le caldaie?”, “Da lì passano tutti?”, “Ci sono ostacoli?”) ed in ultimo ti fai carico della prova generale, cioè prendi tutti quelli che conosci e del cui giudizio ti fidi e li metti a produrre pressione ed a generare situazioni problematiche “controllate”. Normali “stress test”, ecco.

Diteci allora perché, in quell’impianto che è fulcro del Pse novello gioiellino nella collana della sovrana signora del Ceresio alias Lugano e dunque trattasi dello stadio successore del vetusto ed amato Cornaredo, ieri ossia nel giorno dell’inaugurazione sia andato tutto bene per il risultato della partita ospitata (Svizzera-Malta, calcio femminile, gruppo “F” di qualificazione ai Mondiali, 6-1 al triplice fischio finale) e per l’affluenza (dichiarate oltre 7’500 presenze; dubitiamo che tutti fossero lì per sviscerato interesse alla partita “in sé”, ma i numeri sono numeri) ed anche per le condizioni climatiche (in mezzo alle bizze del tempo, finestra perfetta), ed invece lo “stress test” sia stato fallito su un paio di aspetti almeno. Disastrose, soprattutto, la conduzione e la gestione del sistema dei punti-ristoro. Produciamo l’elenchino, senza pretesa di esaurienza ed affidandoci all’esperienza del testimone opportunamente autoinviatosi a saggiare la consistenza e la qualità dell’offerta: inizio partita alle ore 19.30, ma i panini (esatto: roba che rientra fra i fondamentali dell’alimentazione da strada e da passeggio) erano esauriti un’ora prima, al che il babbo nella famigliola affamata (“Ma sì, Lara; ma sì, Giorgio; ma sì, cara; prendiamo tutto là”) si sarebbe dovuto scapicollare e proiettare fuori dal perimetro ed andare a cercare derrate al primo “Denner” utile dalle parti di via Trevano, sempre che gli addetti alla sicurezza si fossero detti d’accordo; okay, niente panino, almeno le patatine fritte in un cartoccetto, ed invece niente patatine fritte – chissà, avranno usato olio refrattario all’idea stessa di farsi riscaldare – ancora a metà della ripresa; possibile l’acquisto di un vino “chiuso”, cioè in bottiglia, peccato che al punto di consegna non risultassero disponibili gli apribottiglia ed allora o rinunci o provi a forzare il tappo a corona con una rischiosa imitazione di Mamie Gummer figlia di Meryl Streep quando andò ospite nel programma tv di Jimmy Fallon sulla Nbc. Secondo aspetto, congruo al primo: code interminabili e snervanti, in pratica un’edizione locale e pedestre del San Gottardo autostradale e vetturale. Ed a qualcuno che ha provato a far notare – con ferma cortesia e con cortese fermezza – che santa pace, soprattutto in un’occasione simile sarebbe stato il caso di organizzarsi meglio… beh, si evita di riportare letteralmente l’espressione in risposta, lasciandosi però intuire il tono fra lo stizzito e lo scontroso. Felicità è un bicchiere di vino con un panino, canta Al Bano; altro egli avrebbe scritto, se fosse stato a Lugano.

Non strettamente legati all’incapacità di programmare e di reagire sotto tensione (occhio: non si era al limite dei possibili accessi allo stadio), ma di sicuro discutibili perché non si può pensare sempre di spremere la pompa, certi prezzi: i 10 franchi per un panino non appartengono alla logica, punto, per quanto alto possa essere il livello della qualità. Connesso all’evento, e questa è responsabilità in capo alla Federazione o almeno così s’ha da ipotizzare, è stato infine l’impiego di uno “speaker” che con la lingua italiana ha rapporti conflittuali nella misura sufficiente a negarne l’esistenza stessa: si era a Lugano, si è insistito su questo voler far perno su Lugano, e poi?