C’è una lacrima di Merlot, stasera, a macchiare come un timbro il foglio della memoria; una lacrima di Merlot perché ha stappato oggi l’ultima bottiglia, nel senso che se ne è andato serenamente da questo mondo all’età delle sue belle 94 e quasi 95 primavere, l’enologo e collezionista e cultore d’arte ed imprenditore Mario Matasci. Era uno dei quattro fratelli – una femmina e tre maschi – appartenenti alla seconda generazione in linea familiare ascendente al cuore della Verzasca, da Sonogno al tempo Comune autonomo, e che come cento e cento e cent’altre aveva fatto e faceva perno parte in valle e parte al piano, poteva essere Gordola e poteva essere Tenero, labili i confini geografici anche se ai tempi non sempre limpidi e sereni erano i rapporti tra le comunità; aveva poi contribuito in modo determinante, Mario Matasci, a dar corpo al sogno del padre Giuseppe, nativo di Gordola e che con Carlo Balemi suo socio era stato fondatore della “Matasci & Balemi” nel 1921 – prima cantina a distanza di due anni dell’iniziale esperimento di vinificazione “in proprio” – quale sviluppo dell’attività di vendita condotta nelle lande d’OltresanGottardo, Basilea e Zurigo primariamente, a rappresentanza di vari produttori da Gudo e da Tenero e da Cugnasco e da Gordola appunto; brevi i tempi e pochi i passi per giungere all’uso ed al possesso, dal 1924, di quella sede che molti se non tutti conoscono.
Un uomo, una storia – Fra i “tendrìn” secolari o poco meno, fra le storiche dinastie incretatesi a Tenero in Comune di Tenero-Contra e che del territorio sono state e sono emblemi, il far menzione dei Matasci “del vino” è come dire Ferrari “dell’ortofrutta”, e Canevascini “delle scuole”, e Pedrazzini “del latte”, e Feitknecht “della Cura”, e Winzenried “della cartiera”, e Suter “delle serre”, e Bussmann “del Colibri e del campeggio”, e Cattori “del Campofelice”, e Balemi “del grotto”, e Jelmini “del ferro”, non dimenticandosi i Tognetti parimenti legati ai vigneti. E la morte di Mario Matasci, perché, giunge quasi a chiudere una pagina di identità e di memoria collettiva: per quanto gli scritti e le registrazioni possano aver raccontato, viene infatti a mancare una delle voci autentiche e percepite al di là della stretta osservanza professionale, che è stata solida e soprattutto trasmessa alle onde seguenti, intendendosi discendenti e post-discendenti anche tra gli affini. Nel 1931 la nascita, dal citato Giuseppe che era venuto alla luce 46 anni prima e da Lucia Gianettoni al tempo 39enne; Peppino e Lino i fratelli, entrambi congrui nell’attività vitivinicola; Flavia la sorella, coniugatasi poi in Cathieni; eppure non sull’enologia sembrava volersi orientare, Mario Matasci, avendo scelto di seguire studi organici prima al “Collegio Bartolomeo Papio” in Ascona e poi in un noto complesso liceale svittese, e nel mezzo anche una mezza idea di passare alla docenza, ramo disegno, sensibile la mano e tra l’altro con un’attitudine effettiva all’insegnamento, perché ci vogliono competenza ed autorevolezza ma anche una capacità specifica nell’indirizzare al tratto gli allievi. Poi, ed invece, l’ingresso a Changins (la Changins d’oggi è giustamente rigorosa? Beh, quella dell’epoca era rigore e severità), ed altre tappe di formazione tra Italia (in Piemonte) e Canton Vaud (a Rolle, alveo della poderosa “Schenk”).
Il vino come arte, l’arte come un vino – Dell’impresa, chi più chi meno, in Ticino tutti sanno tutto: storia, marchio, etichette (dici “Selezione d’ottobre” ed hai messo un punto fermo nella nuova genesi del “Merlot”), sviluppo, radicamento. Circa le relazioni dirette ed indirette, magari un po’ meno: in un costante equilibrio tra professionalità e discrezione sono sempre stati – e restano, nei discendenti – i Matasci; dei fratelli, ma è una considerazione dettata dal percepito, Lino il più estroverso, Peppino il più empatico, Mario il più riservato. Ed anche il più versato, se si permette il concetto, a sviluppare un progetto che sarebbe stato autonomo ma in stretto vincolo con la cantina: la galleria d’arte prima, all’interno di quella che è comunemente indicata come “Villa Jelmini”, indi lo “Spazio Matasci arte” proprio al piano superiore del negozio, e poi ancora – ma fuori da Tenero: è infatti nel territorio di Cugnasco-Gerra – con quel deposito inaugurato nel 2009 e che sarà anche l’ultimo luogo in cui dare sabato, tra le ore 10.00 e le ore 18.00, il saluto all’estinto. Ci saranno tutti, come ci sono in queste ore, preparando anche il tempo del congedo, che avrà luogo con funerali in forma strettamente privata: le figlie Paola e Francesca, avute dalla moglie Olga Ghezzi purtroppo predeceduta; la compagna Yvonne Thiessen; il genero Pier Maran, marito di Paola ed anch’egli entrato in azienda, con i figli Azzurra, Elia e Andrea; la nipote Lena, figlia di Francesca; gli altri membri di quarta generazione in azienda. E, di sicuro, tanti fra coloro che i percorsi di Mario Matasci hanno incrociato, taluni a lui dovendo la propria fortuna.





















































































