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Ticino, due candidature e due trombature: sarà Aarau la capitale culturale

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Ticino, nisba. Non avremo l’onore del ruolo di capitale culturale svizzera, nel 2030, a sud delle Alpi. Non a Bellinzona, presentatasi in modalità “Alleingang”; non sulla proiezione a trifoglio formulata concordemente – per una volta che si era riusciti a lavorare in rete, d’intesa, di buona lena e dicendosi che uno più uno più uno avrebbe fatto davvero tre – tra Lugano, Mendrisio e Locarno. Macché: ha vinto Aarau, ancoratasi sul programma “Aarau verbindet: Menschen. Räume. Zeit” (traduzione non necessaria, si suppone; peccato che ricalchi proprio tanto ma tanto ma tanto il titolo di un evento – quello sì, fulminante – dell’anno 2017 ad Augusta, Stato libero di Baviera, Germania); ed ha vinto Aarau non per quel che ha, ma per quel che “potrebbe essere”, per quel che “potrebbe avere”. Come, scusate? Al netto dei valori storici propri della città (sì, certo, fu anche capitale politica: per sei mesi tra primavera ed autunno del 1798, nelle forme della Repubblica elvetica), al netto dei monumenti della città (pochini, invero: vista dall’esterno la “Roreturm” – caruccia, ma non fa corsa nemmeno con i ruderi sul Monte Barro a Taverne – e vista la chiesa riedificata sul progetto di Sebastian Gisel e data una scorsa alla “Alte Kanti”, giro turistico finito) ed al netto della simpatia dei residenti, da quando in qua si attribuisce il ruolo di capitale culturale svizzera – e così sarà nel 2030: oggi l’annuncio da parte dei membri della giuria – ad una sorta di “wannabe” della cultura, sostenendosi apoditticamente, come ha fatto Daniel Rossellat presidente dell’associazione responsabile, che questa zona è “talvolta ridotta ad un territorio che si attraversa senza che ci si fermi” (beh, vero) e che si tratterebbe invece di “una sorta di diamante grezzo che diventerà un diamante sfaccettato” e che, per effetto dell’attribuzione del titolo di capitale cuturale svizzera, “risplenderà oltre i confini della città e del Cantone”? Eh, vai a saperlo, vai a capirlo.

Solo per dire del pregresso: a Lugano la delegazione della giuria era scesa, sul finire di marzo, in una visita – e tanto risulta dal resoconto sommario dell’esperienza – “ricca di scoperte, di prospettive sorprendenti, di momenti piacevoli e di incontri preziosi” e circa la quale erano stati particolarmente apprezzati “gli scambi stimolanti e la calorosa accoglienza” nelle interlocuzioni avute con Michele Foletti, Samuele Cavadini e Nicola Pini, sindaci rispettivamente di Lugano, di Mendrisio e di Locarno, non trascurandosi gli operatori settoriali. Che diamine: leggi espressioni del genere (e ci sono solo quelle, nel comunicato-stampa; niente obiezioni, niente critiche, niente osservazioni, niente sfumature alla “Le faremo sapere”) e puoi perlomeno pensare di essere in “pole-position”, quanto a candidatura, tanto di più avendo ben ragionato su uno sviluppo a trifoglio cioè imperniando la tua proposta su Lugano, Mendrisio e Locarno per l’appunto, secondo la logica dell’interconnessione e delle correlazioni. Insomma, fai conto e fai leva sul reale, non sull’ipotizzato e sull’ipotizzabile, non su un mero “programma culturale attrattivo ed evolutivo”, ecco. Oggi, per contro, responso antitetico alle legittime aspettative e, per di più, a favore di un “dossier” di cui vorremmo avere copia integrale, giusto al fine di poter sviluppare un confronto organico, ecco, un’analisi comparata.

Al Ticino tocca invece una coppia di bei “pat-pat” sulla spalla destra (Bellinzona) e sulla spalla sinistra (Lugano-Mendrisio-Locarno): ah, perché la giuria è stata “convinta” anche dalle due candidature “provenienti la Svizzrea italiana” (testuale, errori compresi). Convinta? Ma come no, cari: “Il potenziale della Svizzera italiana è enorme e deve assolutamente essere sfruttato” (wow, gentili); e di più, perché “sulla base dei risultati del processo di selezione”, a “questa regione” sarà data “priorità per la prossima edizione”. Cioè, spiegateci: sarà in Ticino l’edizione 2033? Sì, ma no, facciamo nì scarso: il titolo sarà conferito ad “un’area urbana sudalpina” nel caso ovvero se e soltanto se “una o più città della Svizzera italiana manifesteranno interesse” al ruolo. E bisogna anche darsi una mossa, sapete? Candidatura, “dossier” et similia saranno da formularsi “entro la fine del 2027”. Per una “priorità” che, a rigore di vocabolario, non è di per sé né preferenza né garanzia.