Ma quale “campo largo”, ma quale ammucchiata, ma quale “entente cordiale”, e con tali definizioni si suppone siano esaurite le versioni possibili dell’accrocchio in corso sul lato sinistro dell’emiciclo politico ticinese in vista delle Cantonali 2027: sia per l’Esecutivo sia per il Legislativo il Partito comunista si presenterà in “Alleingang”, liste proprie sull’uno e sull’altro versante pur sapendosi che nel primo caso si tratterà solo di una candidatura di bandiera, ma a Massimiliano Arif Ay segretario ed ai membri della Commissione elettorale, dopo che della questione era stato investito l’intero Comitato centrale, la cosa va (e giustamente) bene così, nel senso proprio del “Nostro il pensiero, nostri i voti, nostra la strategia”, con virgolettato inespresso ma che dovrebbe rappresentare la “ratio” ultima del progetto da qui ad aprile. Ovvero, e qui le parole vengono direttamente dai vertici del Partito comunista: “Siamo l’unica alternativa coerente a sinistra”. In altri termini, e mutuandosi il concetto – nel luogo in cui si trova oggi, Carlo Marx capirà – da voce più importante e tonante benché a suo tempo costretta a rifare il lavoro causa danni da altri determinati: un “no” secco al comandamento del “Non avrai altra Sinistra al di fuori di noi”.
E il listone, l’afflato, il “Mettiamoci insieme” con tavolino a due gambe (Partito socialista e “Verdi del Ticino”) più eventuale compartecipazione, il “Non possiamo darla vinta alle Destre” (eh, le sgomentose Destre del Canton Ticino; fanno il paio con le terribili Sinistre in pari territorio allogate) da cui per forza di cose dovrebbe discendere un abbraccio anche al limite del turarsi il naso, purché il fronte sia comune ed i numeri siano potenza? Replica chiara: pare che su certa stampa siano state date per buone le voci di un effettivo coinvolgimento a più raggi, “ma noi non siamo mai stati contattati in via ufficiale né dalle rive socialiste né dalle rive verdiste”, massima tra le massime manifestazioni di approccio alcuni “sporadici messaggi del tutto informali, interlocutori e persino a titolo personale”; manco il canonico “Ci farebbe piacere se potessimo andare a prenderci un caffè alla prima occasione”, ecco. Formalismo eccessivo? Si direbbe di no, e ad ogni modo i canali di contatto e di dialogo sono quelli noti, si manda un invito circostanziato anche se non particolareggiato – da manuale della corrispondenza commerciale: “Ti aspetto il giorno Ics alle ore Zeta nel posto Ypsilon per parlare delle Cantonali, pizza e birra offerte” – e da quel momento tutti sono in chiaro con tutti. Nulla di ciò, argomenta Massimiliano Arif Ay, è avvenuto: zero contatti, zero ipotesi, zero proposte, zero di zero; ergo, “Rileviamo che non vi è stata alcuna forma di coinvolgimento e che non vi è stata volontà unitaria” per ciò che riguarda il Partito comunista. Come dire: l’ipotesi della Sinistra inclusiva parte da un’esclusione, e allora raccontatevela tra di voi, se ci riuscite.
Margine di tempo per un recupero, nulla; margine di spazio per il lancio di un ponte “Bailey”, idem. Vibratili le accuse: non c’è stato confronto serio, non c’è stato confronto trasparente, non c’è stata trasparenza; e poi, “Mancano i presupposti politici e di metodo per entrare in materia su un’eventuale adesione” al consesso bollato, senza mezzi termini ed anche con una discreta quota di perfidia, come un “campo largo in salsa italiana”, s’intenda, nulla di dispregiativo verso la Penisola, ma la nota-stampa di fonte Partito comunista esce oggi ossia a distanza di tre giorni scarsi dalle Comunali parziali in Italia, e l’operazione “campo largo” era indirizzata soprattutto all’espugnazione di Venezia-città, con il sostegno di sondaggisti che davano il Centrosinistra “allargato” vincente e con margine d’una diecina di lunghezze, ed al contrario è accaduto che il Centrodestra si sia imposto e per di più al primo turno, senza nemmen concedere l’opzione del ballottaggio. Sostiene Massimiliano Arif Ay: le alleanze si costruiscono semmai “tra pari, in maniera condivisa e dialettica”, e non con accordi “delineati a nostra insaputa” e non sulla scorta di “scelte predeterminate”. In cauda venenum: tali scelte sarebbero maturate “da mesi” e, per sovrammercato, con una catena di “veto” verso il Partito comunista stesso, “magari proprio da parte di chi, persino nei Comuni, ha sempre osteggiato le liste unitarie progressiste”. E se l’approccio (“pressapochistico”) è questo, che si arrangino: “Ci sentiamo non solo legittimati, ma ancor più motivati a presentare nostre liste indipendenti per Governo e per Parlamento”. Sullo sfondo, è la rivendicazione, resta soprattutto “una questione politica sostanziale: negli ultimi anni abbiamo progressivamente delineato una nostra linea politica autonoma, e che merita una rappresentanza, su temi centrali della politica cantonale, federale e internazionale rispetto all’odierno orientamento” di socialisti e verdisti. Al lettore il compito di valutare se ed in quale misura i comunisti comunisti abbiano ragione; all’elettore la facoltà di valutare se ed in quale misura gli asserti rispondano alla sua sensibilità.























































































