Sufficiente alla Bulgaria un branetto confuso – titolo “Bangaranga”, interprete Darina Nikolaeva Jotova in arte “Dara”, contorno di balletto caotico – per portare a casa l’“Eurovision song contest” edizione 2026. Poco prima delle ore 1.00, dal palco di Vienna, la proclamazione della vittoria che si era prefigurata con il netto vantaggio al termine del voto delle giurie nazionali; al responso del voto popolare, che incideva per il 50 per cento sul computo ultimo, impressionante strappo e vittoria a mani basse con margine di 173 punti (516 contro 343) sul secondo classificato ovvero un clamoroso Israele sostenuto dalla voce di Noam Bettan che, sia detto, alle polemiche delle ultime settimane (ritiro di varie nazioni quale atto di contestazione alle politiche di Tel Aviv, cortei di protesta ancora nelle scorse ore, ripetuti “Buuh” da parte del pubblico) ha risposto con un apotropaico “Am Yisrael Chai” – cioè “Il popolo di Israele vive” che era poi il titolo di uno storico inno di Shlomo Carlebach – al termine dell’esibizione. Il sorpasso della Bulgaria su Israele, di fatto in inattesa sfida di sparegggio, avrà almeno un merito: quello di attenuare le tensioni.
Quanto al resto del lotto, dettosi della generale povertà dell’offerta, Finlandia uscita dal Conclave con le vesti del semplice parroco di campagna dopo essere entrata indossando la porpora cardinalizia e mentre già in sartoria stavano confezionando la talare bianca e la mozzetta rossa da pontefice: sesto posto per la coppia Pete Parkkonen-Linda Lampenius, 279 punti ossia due in meno rispetto all’altro deluso di giornata, al secolo Sal Da Vinci in rappresentanza dell’Italia. Caduta alla distanza anche l’Australia, quarta a quota 287; sul podio, per contro, l’inattesa Romania guidata da Alexandra Capitanescu con uno “Choke me” che pare funzionare a partire dal terzo ascolto, sempre nella misura da “Eurosong” in modalità pilota automatico. Considerazioni a margine, tre in croce: a) il permanente malanno dei “beautiful neighbours”, voti di confinanti a confinanti in assenza di qualsivoglia “ratio” artistica (l’acme spetta, in ogni caso, alla giuria della Croazia espressasi con il massimo dei voti a favore della Serbia); b) l’incredibile permanenza del Regno Unito sul fondo della classifica, totale punti uno dalle giurie nazionali e punti zero dal pubblico; peggio di Sam James Battle ribattezzatosi “Look mum no computer” con il brano “Eins, zwei, drei” (nulla a che vedere con la mitologia da “Eins zwei Polizei, drei vier Grenadier, fünf sechs alte Hex, sieben acht gute Nacht”), in termini di consenso, dalle parti di Londra sta solo il premier Keir Starmer; c) appena meglio degli albionici ha fatto l’Austria padrona di casa, fermatasi a quota sei.
Ci si rivede a Sofia, fra un anno; o, se questi sono gli “standard” del momento (Svizzera compresa, Veronica Fusaro era stata estromessa nelle qualificazioni), anche no.























































































