Sabato, sulla pubblica piazza a Bellinzona, diciamo che fossero in 300 secondo l’autorità pubblica e 500 secondo gli organizzatori. Oggi, in aula di Gran Consiglio e dunque a minima distanza dal precedente raduno, sono stati 41: alcuni di loro – ma di sicuro non tutti – avendo timbrato doppia presenza, ma ovviamente là si parlava di cittadini e qui di rappresentanti del popolo. I quali rappresentanti del popolo, pur vincendo (di misura: 38 i contrari) in votazione, non sono stati premiati nel merito dell’obiettivo, che consisteva nel guadagnare la clausola d’urgenza circa l’iniziativa parlamentare dedicata allo stralcio della partecipazione ai costi da parte degli utenti delle prestazioni di cura, e se l’espressione vi pare urticantemente complessa (lo è) basti il ricordare che da 20 giorni a questa parte, per i servizi tipologia “Spitex”, il paziente è chiamato ad aprire il borsellino nella misura di 50 centesimi per ogni cinque minuti di presenza dell’operatore a domicilio, cioè un franco ogni 10 minuti (sono equivalenze elementari, ma servono per rimarcare il concetto ed i contenuti), e con un massimo di 15 franchi il giorno, insomma il tema su cui l’altr’ieri qualche frotta di persone si era appunto dotata di cartelloni per esprimere dissenso e protesta. La trattazione d’urgenza non è passata – a rigore di regolamento – perché sarebbero serviti i due terzi dei voti espressi nell’emiciclo, e sia detto che tanto Ivo Durisch deputato socialista quanto gli altri ben disposti a seguirlo – anche in modalità “bipartisan”: i leghisti, in ispecie – sapevano sin dall’apertura dei lavori che non l’avrebbero spuntata, mancando i numeri ed essendo la conquista di consensi nel cuore del biciclo Plr-neocentristi giàp probabile quanto il tuffo della bagascia da un molo del porto di Genova, chi conosca la storia; e forse e senza forse non è il caso di tonitruare roboanteggiamente sui “social”, ora, urlando “Vergogna” all’indirizzo di Nonsisachì.
Non è il caso, si ripete. Primo, perché ci sono toni e toni: il tema ha un peso, alcune tra le argomentazioni sono parse anche lodevoli. Secondo, perché una cosa è la piazza (sforzo apprezzabile) ed un’altra è la sede istituzionale. Terzo, perché la sguaiatezza porta solo a svilire il senso di una proposta, di una richiesta, di un’istanza, mentre la denigrazione dell’altrui operato fa a cazzotti con i principi democratici. Quarto, perché pur con differenti sfumature (c’è chi dice no, c’è chi dice forse, c’è chi dice boh, c’è chi dice vediamo) la disponibilità alla discussione è stata manifestata, dovendosi tuttavia prendere in mano un po’ di cifre; e chissà che, valutata l’entità dell’effettivo impatto, ad una rilettura complessiva dell’operazione si possa giungere, sebbene alcuni ammortizzatori – per le situazioni problematiche, ad esempio – siano stati introdotti a monte. Quinto, e soprattutto, perché la presenza di questa sgraditissima novità è non già frutto di un’iniziativa estemporanea formatasi in seno all’Esecutivo ma prodotto “naturale” di decisioni assunte nel contesto del Preventivo 2026; quel testo che è stato approvato a metà dicembre 2025, e che costituisce pertanto base legale. Punto ed aspetto, questo, non trascurabile e non eludibile.
Essendosi peraltro in un contesto giustamente democratico e di rappresentanza, sulla materia si arriverà, e magari con stralcio dell’imposizione, o con una formula di mediazione (se valgono e per quanto valgano i sussurri intercettati, pare stia prendendo forza l’ipotesi di un’applicazione “soft”, cioè in forza della posizione reddituale. È un sentiero, non un’autostrada, tuttavia). Sullo sfondo, però, resta un interrogativo: da chi, nomi e cognomi e partiti, è stato votato quel Preventivo? Un resoconto, con pubblicazione, sarebbe utile ai fini di una miglior comprensione.


















































































