Via Lavena Ponte Tresa in provincia di Varese su Tresa frazione Ponte Tresa in territorio svizzero, con eventuali e minime deviazioni di percorso, facevano transitare carne umana: a numeri tra aprile e settembre 2024, ed è solo uno dei periodi presi in esame, 37 passaggi pedestri assicurati e condotti a compimento per un totale di 134 persone fatte passare. Per soldi, figurarsi: il segmento del viaggio, pagato magari con le rimesse di qualche familiare o nella forma dell’indebitamento personale del singolo soggetto che di fatto si sarebbe votato ad una nuova schiavitù, costava fra i 6’000 ed i 7’000 euro a copertura del percorso attraverso la Penisola e sino ad un punto qualsivoglia da raggiungersi in uscita dalla Svizzera (non di rado, ed in realtà, senza uscita…) sino a Francia o Germania o Nordeuropa, specialmente la Norvegia ed il Regno Unito. Otto persone, sette di nazionalità turca ed un cittadino italiano, sono finite in carcere nelle scorse ore a prima chiusura di un’indagine condotta a smantellamento della struttura criminale costituitasi quale terminale della rotta balcanica e la cui attività era legata principalmente alla “gestione” di uomini e donne di origine curda, ovviamente non escludendosi dall’offerta anche clienti di altre etnie, purché facessero quel che i trafficanti-aguzzini ordinavano, dicevano e pretendevano; l’esecuzione dei provvedimenti ha avuto luogo per mano di agenti della Polizia di Stato in Varese; dalla Procura della Repubblica italiana in Milano il coordinamento dell’operazione costruita d’intesa con il ministero pubblico della Confederazione elvetica e dunque, per la parte esecutiva, effettivi delle citate “Fiamme oro” e della Fedpol.
Elementi certi: ramificazioni internazionali, formula tipica dell’associazione a delinquere, struttura concettualmente orientata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per quanto riguarda il profilo penale su suolo italiano; trattamento per singoli o per gruppi legati da parentele, neonati compresi; un turco il capo, che agiva anche sul campo fornendo notizie e raccomandazioni sulle modalità e sui mezzi utili al fine di eludere i controlli sulla frontiera con il Ticino. Di più: nell’attesa del transito, che a volte aveva luogo con semplice atto di indirizzo (esempio: “Segui questo percorso”) ed a volte si svolgeva invece con una o più figure di appoggio (esempio: “Questo è Tizio che ti accompagnerà sin oltre la linea di confine, quest’altro è Caio che ti prenderà in consegna per la prosecuzione del viaggio”), i clandestini erano accolti in appartamenti presi in affitto a ridosso della linea di confine, in pratica godendo di una sorta di “safe house” temporanea. Il metodo sarebbe stato clonato anche su altre operazioni dello stesso genere e su altri valichi, anche se il grosso dei traffici – diciamo due terzi sul totale – era fatto convergere sulla Tresa. Lunghe e meticolose le indagini: numerosi gli appostamenti, anche con il controllo a distanza (e con riprese video) di trafficanti che in effetti agivano alla luce del sole, ad esempio scambiandosi informazioni al tavolino di un bar sulla via principale di Lavena Ponte Tresa e che facevano strada a piccoli gruppi di migranti lungo la dorsale del centro storico in direzione frontiera.
Doveroso corollario: non è detto che l’inchiesta non possa portare ancora più lontano, solo che sia approfondito il contesto delle complicità sulla filiera, nel Varesotto e in Svizzera. In immagine, l’arresto di uno dei sospettati.



