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L’editoriale / Consuntivo del Cantone, un “meno peggio” che non aiuta

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I numeri dell’oggi sull’ieri dicono una cosa, e bisogna saperli leggere. I numeri dell’oggi sul domani ne raccontano un’altra, e bisogna saperli interpretare. Né gli uni né gli altri, purtroppo, inducono a soverchio entusiasmo. Purtroppo, sono i conti del Cantone, come da odierne e finali note a sintesi del Consuntivo 2025 e con proiezione sul 2026 di cui è ormai agli sgoccioli il primo terzo. A capo, e capiamoci in cifre nude.

A fronte di un disavanzo previsto a 96.6 milioni di franchi, il “deficit” effettivo si fissa a 32.5 milioni di franchi, contestualmente ad un autofinanziamento a 225.5 milioni di franchi e ad un debito pubblico prossimo ai 2.7 miliardi di franchi, con capitale proprio sotto misura per 188.6 milioni di franchi e con investimenti netti nell’ordine di 276.9 milioni di franchi. Pur in presenza di una sfasatura quotidiana dalle dimensioni notevoli, nel senso che ogni 24 ore da un cassetto vuoto c’è chi estrae 89’000 franchi e rotti e li spende, ci si dovrebbe rallegrare perché sussiste un “miglioramento” pari a 64.1 milioni di franchi. Realtà vuole tuttavia che a Preventivo 2025 non fosse stata inserita – si tratta in effetti di una regalìa unilateralmente revocabile – la quota sugli utili della “Banca nazionale svizzera”, 80.1 milioni di franchi su un totale di 86.8 milioni di franchi da consimile provenienza; gli scostamenti effettivi risultano pertanto pari a 133.8 milioni di franchi sui ricavi correnti (alla somma concorrono 51.5 milioni di franchi per ricavi da trasferimento, vedasi soprattutto alla voce dell’Imposta federale diretta in recupero sino all’anno corrente), constando peraltro un aumento pari a 67 milioni di franchi sulle spese correnti (senza gli addebiti interni e senza i contributi da riversarsi; a fare la parte del leone è l’incremento – 55.4 milioni di franchi – delle spese di trasferimento; greve anche l’impatto delle spese finanziarie e dei versamenti a fondi e finanziamenti speciali, rispettivamente per 6.8 e per 9.1 milioni di franchi); marginali ancorché da apprezzarsi, ché ogni soldino forma aiutino, alcune riduzioni di spese per il personale (1.2 milioni di franchi) e per beni e servizi (meno 5.4 milioni di franchi).

Sull’aleatorietà del contributo Bns sappiamo tutto, e da sempre, anche se si tende un po’ a far finta di nulla: così come non si era nella testa di Thomas Jordan, che – per dire – da timoniere dell’istituto pubblicamente affermava di non aver intenzione di abbandonare il cambio fisso franco-euro ancora una settimana prima di compiere tale mossa, non si è nella mente del suo successore Martin Schlegel. Sul rischio di oscillazioni dei tassi di interesse sul debito pubblico, nemmeno sussiste la necessità di argomentare. Ergo, valutazioni nel segno del “Quisque auctor fortunae suae”: 1) Consuntivo non drammatico ma perdente; 2) preoccupante il prefigurato peggioramento della situazione finanziaria nel 2026, anche per conseguenza di sopravvenienti oneri (riforma fiscale in materia di valore locativo e finanziamento uniforme delle prestazioni ospedaliere e ambulatoriali), del pacchetto di risparmi della Confederazione e degli effetti delle due iniziative sui premi dei cassamalatari; alla voce (3), il richiamo all’esigenza di evitare sprechi. Il che potrebbe tradursi, e ciò valga quale suggerimento, in un drastico taglio alle spese inutili (e sussistenti), nell’ablazione di servizi fini a sé stessi, nel congelamento di finanziamenti per operazioni di facciata. Al che la domanda dall’elementarità a tutta prova: chi, nell’anno preelettorale, sarebbe disposto a prendersi questa croce sulle spalle?