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L’editoriale / Rivoluzione antizalista. Per un incerto approdo allo “status quo”

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Circa la lista per il Consiglio di Stato, che era poi un argomento portante dell’assemblea, frammenti di voci e si sa che le voci stanno al piede, non al vertice; ergo, sicuro il nome di Norman Gobbi che è in carica quale odierno titolare del Dipartimento cantonale istituzioni, ma nessun’altra identità spesa, e di certo al fondo vi saranno sia ragioni personali sia ragionamenti tattici. Circa l’altra questione forte in essere, per contro, tutto chiaro e del resto era chiaro e prevedibile già dall’alba d’una mezza decade addietro, quando sul periodico “di area” – cioè “Il Mattino della domenica” – era stata dettata la linea dell’editrice Antonella Bignasca (vedasi, per cronaca e considerazioni, quanto pubblicato dal “Giornale del Ticino” nel corso della settimana): apertura al dialogo con i vertici dell’Unione democratica di Centro, ossia nuova ricerca del terreno comune per produrre una candidatura “di blocco” anziché il doppio “Alleingang”. Così iersera ad Arbedo-Castione dal cuore della Lega dei Ticinesi, in riunione a porte chiuse ma al termine della quale sono emerse solo conferme del già ipotizzato tentativo di ristabilire un canale privilegiato con l’altra forza sull’ala destra dello scacchiere del potere legislativo ed ora anche esecutivo in àmbito cantonale; proposta che sarebbe resa possibile, e nemmen vi è bisogno di racconti e di deduzioni, dalla futura – ancorché non esattamente immediata, perché dei modi e dei tempi egli ha voluto farsi titolare – uscita di scena di Claudio Zali dall’Esecutivo.

Al termine della settimana più dura nella storia della Lega dei Ticinesi dai tempi del dissidio tra Giuliano “Nano” Bignasca presidente e Silvio Flavio Maspoli cofondatore (è vicenda di cui alcuni ma non tutti sanno; è vicenda che rimase “coperta” per reciproco ma non vincolante – e non vincolante soprattutto per i terzi – impegno d’onore; è vicenda tuttavia non priva di tracce coincidenti con quanto avvenuto in seno alla Lega sul mero fronte politico, e si sottolinea quest’ultimo concetto) si ha almeno un aspetto di certezza sul programma da qui ad aprile: sino a che una possibilità di accordo vi sia – in tali termini una larga maggioranza degli aventi diritto ad esprimersi, iersera – tale possibilità è da cercarsi. Ripercorriamo per sintesi le tappe: terza decade di giugno, decisione udicina di spezzare il patto elettorale e dichiarazione di intenti nelle forme della corsa “in proprio” anche per il Governo con la contestuale; immediata reazione di sorpresa da parte di Daniele Piccaluga, coordinatore della Lega versione 3.0, che si dice stupito per la presa di posizione e per i tempi e per i modi in cui essa è stata resa nota; colpi di fucile ora palesi – quelli da guerra guerreggiata erano transitati in cronaca nelle notizie sui cambi di casacca da parte di soggetti già eletti, ed alcuni di essi in ruoli di responsabilità diretta nelle amministrazioni locali – dall’una e dall’altra parte; l’improvvisa esplosione delle polemiche da cui sarebbe stato investito Claudio Zali, esponente leghista notoriamente inviso a buona quota dei maggiorenti dell’odierna Udc; dimissioni annunciate dal consigliere di Stato, con effetto tuttavia dalle ore 24.00 di mercoledì 30 settembre; ora il ventilato prodromo del supponibile rilancio di un’eventuale ridefinizione della possibile e potenziale ma non ancora probabile trama d’intenti condivisi, tanto di più alla luce del subingresso di un udicino – è Piero Marchesi, al momento consigliere nazionale oltre che presidente del partito in Ticino, già primo dei non eletti alle Cantonali 2023 sulla lista comune – al citato Claudio Zali.

Nella lettura più basilare, rimosso che sia stato l’ostacolo che per alcuni era dato da Claudio Zali, nulla dovrebbe frapporsi alla ricucitura tra leghisti ed udicini; con le formule ormai d’uso, s’intenda, e cioè con discussioni magari già “in itinere” cui sarebbe pubblicamente contrapposta una freddezza iniziale anche a colpi di comunicati-stampa (che, per solito, sono messaggi indirizzati alla nuora affinché la suocera intenda), e poi la freddezza lascerebbe posto a qualche “ballon d’essai” da singoli “disposti” ad esprimersi magari via “Facebook”, e sempre dietro allo scudo dell’“Oh, quella che esprimo è una tesi personale, è una lampadina che mi si è accesa nella mente mentre stavo pensando ad una certa persona, è una mia speculazione nata mentre stavo sollevando pesi in palestra, è un abbozzo sintattico in cui ho provato ad inserire soggetti e predicati verbali, è un pensiero in libertà ma anche in coscienza ma anche di sentimento ma anche di coerenza ma anche frutto di analisi ma anche sviluppo di un discorso fatto con amici ma anche ecco dico non un’idea non una tesi non una proposta ma sì, se proprio volete è un invito alla riflessione”; tra chi resta a cavallo e chi si occupa delle salmerie e dei carriaggi si infilerebbe una sorta di indubbiamente spontaneo “think tank”, e sulla tolda di comando dell’Udc ticinese – dove hanno piena libertà di agire in autonomia, proprio perché trattasi del livello cantonale, quand’invece a Berna è da escludersi qualsiavoglia cesura: così Marcel Dettling, consig liere nazionale e presidente dell’Udc svizzera, 24 ore addietro – passerebbe la linea dell’“appeasement”, anche in questo caso con la consolidata formula del “Sono stati fatti passi in avanti da un lato e dall’altro”, et cetera. Alle urne gli elettori si troverebbero a poter scegliere su cinque nomi (okay, questo è nelle cose e vale per tutte le formazioni politiche con ambizioni di permanenza nell’Esecutivo) ma tutti “contrattati”, cioè tutti graditi ad entrambe le parti e non più aggregazione tra due sottolistini ovvero nel segno del “Se tu indichi Tizio allora io metto Caio e risolveremo i problemi se e quando essi si presenteranno”; fu così anche nel 2023 quando il 27.46 per cento di Lega-Udc in marcia compatta generò due (ri)eletti nelle figure di Norman Gobbi e di Claudio Zali, amendue leghisti, ed il finale di partita ci è noto.

A questa stregua, tre domande: a) in un contesto nel quale non pochi (niente partigianerie, ma la sensazione generale questa è stata e queta rimane) sembrano orientati alla gestione di ciò che più è conveniente, chi nell’Udc considererebbe utile la permanenza del dissidio (come si è visto in forza dell’assemblea di ieri ad Arbedo-Castione, la linea di MonteBogliaStrasse in Lugano è già e fermamente “pro-accordo”) e chi giudicherebbe invece necessario il riavvicinamento, ma chiaro, a contratto politico chiaro e formalizzato con tanto di firme e di strette di mano e magari di un abbraccio a favor di telecamere e dell’obiettivo dei fotografi, non più subalterni e mai più subalterni ma soci paritari nell’avventura per il bene del Ticino ed al servizio del cittadino?; b) in casa leghista vi è ancora certezza della conferma di un risultato elettorale specifico che sia prevalente su quello dell’Udc (alle Cantonali 2023 così andò: Lega, 14’170 voti uguale 14.95 per cento, 14 granconsiglieri, meno quattro rispetto alla tornata precedente; Unione democratica di Centro, 9’697 voti uguale 10.29 per cento, nove granconsiglieri, più tre rispetto alla tornata precedente)?; c) di loro, in caso di riaffermazione e di esplicitazione della volontà di fare corsa a sé, gli Armand-Jean du Plessis in apice udicino sono sicuri al 100 per cento di portare a casa un consigliere di Stato eletto in via diretta, a differenza di quanto avvenuto tre anni e mezzo or sono con Piero Marchesi il cui peraltro lusinghiero risultato in termini di consenso ottenuto (46’654 voti) vale “soltanto” un terzo posto? Stai a vedere che in uno “status quo”, a nomi in parte mutati ma pur sempre uno “status quo”, va a risolversi l’intera rivoluzione antizalista nella quale ancor non si è ben capito (bum) chi siano i bolscevichi e chi siano i menscevichi; oh, solo per quanto riguarda la via politica, ché su altro fronte ci si aspetta un autunno a roteantissime pale di ventilatore.