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Pala & piccone / Pre-“Festival” tra luci ed ombre. Anzi: tra luci e luci (troppe)

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Domenica 1.o agosto, Locarno, piazza Grande: in scena il prodromo al “Festival internazionale del film” edizione numero 79, e di transenna si sottolinea il fatto che tale è per noi la ragione sociale dell’evento a noi continuano a piacere “quella” denominazione, “quella” centralità della pellicola, “quella” rivendicazione ed anche “quella” ostentazione (sì, perdiana: noi eravamo qui con un evento dal respiro mondiale quando altri guardavano ancora le figurine dalla lenticola del fenachistoscopio) dell’internazionalità, altro che “Locarno79”. Giornata inaugurale delle proiezioni “di approccio”, insomma: idea apprezzata ed apprezzabile, sulle decisioni che riguardano il futuro si nutrono perplessità mostruosamente indicibili ma nel presente si prende volentieri tutto quel che di buono si può prendere. E poi, insomma: sullo schermo quel “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” che fu caposaldo della cosiddetta “Rinascenza Disney”, vero e proprio spartiacque nell’ideazione e nella produzione, domandate ad un cinefilo ed egli saprà indicarvi ogni punto della rivoluzione che Robert Zemeckis portò a compimento nel segno di Steven Spielberg e della “Touchstone” di Ronald William Miller, che era sì genero di Walt Disney – la cosa può anche aiutare un cicinino nella carriera – ma che di suo era genio mica da poco. E dunque, si va.

Si va, e la si busca male. Cioè: l’opera è opera, indiscussa, intatta. Ma una proposta nel girato-e-stampato in modalità 35 millimetri, ed è il primo problemuccio, balla malissimo nella percezione del giorno d’oggi: nel senso che ai nostri occhi la versione originale, così presentata e cioè risultando assai lontana dalla fantasmagoria del digitale, appare sfocata, sgranata, confusa, persino brutta. Aggiungiamo l’essere questo prodotto sicuramente indirizzato ad un pubblico formato da famiglie, e dunque bambini e ragazzi più accompagnatori adulti che erano bambini (già cresciutelli) al tempo in cui Jessica Rabbit esordiva con l’indimenticabile “Non sono cattiva, è che mi disegnano così”; ecco, sulla scorta del percepito in piazza si direbbe che di questa tipologia di film, ai bambini d’oggi, poco importa; forse perché troppo articolata è la trama, o forse perché la generazione dei 12enni del 2026 è disincantata assai di più di quanto fosse disincantata la generazione dei 12enni del 1988, quando la pellicola uscì e fece strage ai botteghini, e già chi viveva da 12enne nel 1988 era assai più et cetera et cetera; tempora mutantur, nos et mutamur in illis. In altre parole: colte le risate (parecchie, da lacrime agli occhi) su alcune scene di fumetto puro, all’inizio; impagabile il Roger Rabbit che fa da balia al “baby Herman” (quello di “Questa storia puzza come i miei pannolini di ieri”, prodromico riferimento in diagonale alle modalità di fresca fresca emersione di una certa qual vicenda con perno su Palazzo delle Orsoline a Bellinzona, non c’entra con la storia ma così è venuto fatto di pensare all’impronta); poi attenzione sottotono, stravaccamento, più d’uno a far segno ai suoi che d’accordo, ma su “Netflix” ci si diverte di più sul divano di casa, a saper scegliere.

Sapete che c’è? Che forse, almeno nei termini propri delle concause, qualche motivo per disinteressarsi alla proiezione c’è stato. Per dirla con altra espressione: certe cose disturbano, ed hanno disturbato. Due su tutte: la luce dell’insegna di nota realtà della grande distribuzione moderna “sparava” diretta sullo schermo, producendo un alone che, soprattutto nelle scene caratterizzate da colori scuri (l’ingresso di Roger Rabbit nel luogo in cui Jessica Rabbit si sta esibendo, per dire), ha sporcato e leso l’immagine. Peggio che mai quando a metà circa dello spettacolo, dalla zona del Municipio è partito il fascio di luce di un faro o di un proiettore che fosse; non discutiamo sulla causa, discutiamo suill’effetto, e l’effetto è stato scoraggiante (red, con il contributo di TaBri).