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L’editoriale / Nomine di lotta e di governo, la Lega in un guado eterno

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Non sulla posizione della “numero uno”, eletta infatti con 77 voti, e non sulla posizione del “numero due”, eletto infatti con 74 voti, si sono appuntati oggi gli occhi in quel del Gran Consiglio a Bellinzona, nel calendario la prima seduta del mese di maggio, Legislativo a numeri da “convention” plenaria, atto primo e primario la nomina dell’Ufficio presidenziale per l’anno 2026-2027 essendo ai saluti, per ordinario ossia naturale e ciclico avvicendamento, il lib-rad Fabio Schnellmann dall’indiscutibilmente solida gestione degli affari correnti nell’ultimo esercizio aziendale, per così dirsi. La questione “grossa” – oh, sempre secondo i parametri della politica cantonale – ha riguardato oggi Sem Genini, in squadra leghista e votato al ruolo di secondo vicepresidente con 50 consensi effettivi, non esattamente un trionfo; nulla che abbiasi da obiettare alla persona, nota fuori dal contesto istituzionale come segretario agricolo cantonale cioè uomo forte dell’“Unione contadini ticinesi”, ma a far storcere il naso a più d’uno pare essere stata la modalità della designazione da parte di un “establishment” nel quale non è sempre detto che memoria e riconoscenza siano al primo posto; in parole diverse, altro era il nome che per logica – e, toh, anche per esperienza – avrebbe avuto titolo all’ingresso. Fors’anche il segno dell’essere passata la Lega dei Ticinesi alla versione 3.0 senza aver metabolizzato, almeno nell’àmbito territoriale, le valenze ed i valori della versione 2.0, quand’invece lento (pur nell’irruenza del rapido crescere del consenso elettorale) e ruminato (pur nelle tensioni tra distinte anime del movimento) era stato il transito dalla versione beta alla versione 1.0 d’un Giuliano “Nano” Bignasca in vesti di presidente “a vita”; per certi versi, un po’ come racconta il biblico libro dell’Esodo a proposito nel nuovo re che sorse sull’Egitto e che “non aveva conosciuto Giuseppe”, chi voglia cogliere il riferimento.

È un fatto l’essere Daniele Piccaluga – da alcuni ribattezzato “Piccalega” (del che egli potrebbe e dovrebbe andar fiero, peraltro) – il primo segretario effettivamente post-bignaschiano, cioè non di stretta osservanza montebogliana “d’antan”. È un fatto l’avere Daniele Piccaluga cercato di imporre un’impronta che ha peculiarità partitiche e, si sa, puoi dichiararti sempre “di lotta e di governo” ma l’opzione “strutturata” è nemica della sostanzialità di un’espressione politica movimentista; ed in questo non manca chi si sia chiamato fuori non rilevando più un’attitudine all’agire, al manifestare, al rappresentare pubblicamente determinati temi (occhio: ciò non significa che i temi in questione non stiano a cuore o non siano presi di petto). È un fatto il trasferirsi delle competenze dai più anziani ai più giovani, ma non è detto che i più giovani siano capaci di attribuire ai più anziani l’esatto merito (in altra formula, a rilevare che ben maggiori difficoltà essi incontrerebbero se non poggiassero sulle basi poste da altri). È peraltro un fatto che, per ragioni su cui sarebbe ozioso l’indagare, in casa leghista al mutar di pelle ha corrisposto un mutar d’accento e di pensiero dal quale taluni avevano in realtà messo in guardia, e su tale tema esprimendosi in ameni conversari con qualche maggiorente, ad esempio indicando – ed è storia d’una quindicina d’anni addietro – quale sarebbe potuto essere un credibile scenario di sopravvivenza e di prosperità della citata Lega 2.0. Una delle chiavi: evitare gli abbracci che a volte sono sinceri ed a volte si rivelano esiziali, ed in tal senso essere proattivi – questo fu il suggerimento – con la costruzione di un campo largo prima che l’idea venisse ad altri o che altri si insinuassero su profili congrui all’esperienza leghista, sottraendo terreno realmente fertile per le battaglie e non solo in termini funzionali al conseguimento di un beneficio elettorale; non dunque l’imbarcare Tizio e Caio a prescindere, ché Tizio e Caio, così come presto arrivano, repentinamente possono mollarti, ma il consolidamento attraverso gli strumenti della partecipazione ed il dialogo ad integrazione dei “nuovi” ed a recupero dei disillusi fuoriusciti o uscenti ed a ricerca, magari e senza magari, di chi affine sia e da altri sentieri si sia distaccato non riconoscendosi più disposto a camminare su di essi. In questo, la Lega 1.0 un merito aveva: pur disordinatamente muovendosi, pur sul passo del pragmatismo visionario operando (non senza errori, neh, e non senza perdite sanguinose in uomini e mezzi), essa interpretava una quota della quotidianità rappresentandola con vivacità ed agiva tenendo vicini gli amici, ma ancor più vicini i nemici; prova è l’aver generato consiglieri di Stato e rappresentanti a Berna, si discuta semmai e quanto si vuole sui maggiori o sui minori meriti ma scagli la prima pietra chi è senza peccato, et cetera.

Non si ha idea – meglio: la si ha, ma esiste uno iato tra il dovere di cronaca e di critica da un lato ed i sussurri raccolti tra confidenza e confidenza dall’altro – circa il peso specifico che, all’interno del partito, Daniele Piccaluga ha o avrebbe; non si ha idea, e valgono le premesse di cui sopra, circa il volume e circa la qualità dell’intesa con i leghisti che stanno in Governo e al Nazionale e in Gran Consiglio e nei Municipi, grandi o piccoli che questi siano; non si ha idea, sempre nel rispetto delle logiche espresse, di quel che abbia portato a recenti fratture e frammentazioni. Di sicuro non giova, all’identità leghista, il mancare di rispetto a chi tale strada ha disegnato, tracciato, selciato ed asfaltato.

L’Ufficio presidenziale per il 2026-2027 è ora composto da Daria Lepori (socialista, presidente), Giovanni Berardi (neocentrista giàp, primo vicepresidente) e Sem Genini (leghista, secondo vicepresidente).