La giocatrice è poco più che una bimba e singhiozza nel pieno di un crollo emotivo, prorompe in lacrime acide, quasi non sta in piedi, si appoggia alla lesena d’un piedritto malsporgente ed arriva a dirozzarsi due unghie scheggiando un pezzo dell’intonaco, sul fondo del vecchio “PalAriosto”, nel magazzinetto dei passi perduti; ed uno, uno solo le dà coraggio, le passa il fazzoletto, le dice che c’è sempre domani, trova al volo la battuta capace di spezzare ansia e tensione. Appena tre minuti prima la bustocca Antoniana in bustocchissimo marchio Ibici, coronando una folle rimonta a fari spenti e per lungo tratto viaggiando con il motore che picchiava in testa, è riuscita nell’improbabile impresa di conquistare la salvezza in una “poule” complicatissima del muliebre baloncesto di “élite”; secondo il calendario non è ancora l’ultima giornata ma di fatto, su quel campo, le inimiche di turno stanno retrocedendo dalla A1 alla A2, e lo sanno. Di strano, nella scena cui assistono due sole persone ed una di esse – si chiamava Luigi Pizzoli, milanese per nascita e sinaghino per vita – non è più qui a recare testimonianza, c’è un fatto: a consolare la ragazza travolta dal peso di una sconfitta esiziale, ed a formularle un auspicio che si rivelerà profetico (diuturna e ricca di soddisfazioni la carriera), è il dirigente accompagnatore della squadra avversaria. Per la cronaca: cose viste, cose compartecipate, prima metà degli Anni ’80.
Perché Giorgio Piazza, andatosene nelle scorse ore da questo mondo all’età d’anni 71 ché nel volgere di due mesi un male l’ha stroncato ed allora vien da pensare che nell’ultima adunata delle ex-ibicine a fine febbraio egli abbia voluto riporre un saluto ed un congedo nulla lasciando trapelare, Giorgio Piazza, dicevamo, al gusto del trionfo anteponeva il primato dell’umana comprensione e della condivisione d’una altrui sofferenza; si potrebbe dire, ed egli non s’offenderebbe, che la sua dimensione umana era “tagliata” su misura per lo sport (non per caso era maturata la sua recente elezione alla guida d’un “Panathlon”) anziché per il risultato che l’evento agonistico, in una direzione o nell’altra, necessariamente genera. Così da sempre, fors’anche per via dello spirito oratoriano che gli era rimasto sotto la pelle; a lui piaceva il metter mano alle “robe”, si pensi al “Torneo Hôtel Mariani” della cui organizzazione egli s’era occupato per un decennio, e provate a domandare ad un Roberto Bergogni – stiamo parlando del tesoriere della memoria cestistica europea, uomo-miniera di racconti e di esperienze – che cos’era il “Mariani” su cui convergevano nomi passati da Ncaa e Nba e che già lasciavano o avrebbero lasciato il segno al di qua dell’Atlantico.
Fu poi Giorgio Piazza – insieme con Ezio Colombo direttore generale, Andrea Petitpierre allenatore, Luigi Pizzoli ed Emanuele “Lele” Cortellezzi viceallenatori – nel formidabile gruppo che con l’Antoniana Ibici rappresentò e portò Busto Arsizio a far gioco e storia del femminile in ogni angolo della Penisola, e di più; dirigente accompagnatore, in termini formali, perché nelle federazioni vogliono che ad un nome corrispondano un numero ed un ruolo definito; l’“amico di tutte le giocatrici”, come l’interessato preferiva definirsi, e con amicizia disinteressata ma che aveva il pregio di condurre alla soluzione dei problemi, meglio ancora se da due problemi si potesse giungere a piena soddisfazione. Ad esempio fulgido valga la vicenduola – è una microimmagine, ma dalle microimmagini emergono spesso il valore ed il talento e la furbizia della persona – dell’auto da battaglia in cui, nell’anno di grazia 1985, constava l’intera flotta di veicoli a disposizione della prima squadra: il contratto di assicurazione risultava in carico ad Ezio Colombo, le quattro ruote erano riservate alla giocatrice straniera (e Kathleen Ann “Kathy” Andrykowski, appena sbarcata dagli States dove aveva fatto sfracelli tra le Golden Eagles della Marquette university, con il suo metro e 91 stava un po’ schiscia quando si trovava al volante), ma durante l’estate e cioè a campionati fermi esse furono trasformate in mezzo di… pagamento per le prestazioni fornite da un consulente della società; fu così che il “Maggiolino Volkswagen” bianchiccio con sfumature tendenti al boh percorse un pezzo della Costa Azzurra e della Provenza e per buone due settimane sul Ferragosto albergò e si parcheggiò dalle parti di avenue Princesse Grace a Montecarlo, sulla sinistra una “Maserati”, sulla destra la vettura targata “Stefy1” e non serve il disegnino per far riconoscere la proprietaria, difficile il dimenticarla. Per inciso: ad avvenuta restituzione del veicolo, il consulente fu invitato a firmare un verbalino di riconsegna ed una sorta di scrittura privata a conferma e saldo di ogni pregresso. Mica che poi insorgessero altre pretese, ecco.
Più che ai successi in massima serie e più che ai piazzamenti (onorevolissimi: anche una “Final four” di Coppa Italia, in compagnia di compagini strutturalmente ed economicamente incompatibili con le politiche dei bilanci sani in casa bustocca), ad un transito specifico nel percorso della Antoniana l’ora fu Giorgio Piazza era legato: il passaggio dalla A2 alla A1, stagione 1982-1983. Annata partita maluccio, classifica non malvagia ma neanche entusiasmante, sofferta nella dirigenza la decisione di procedere al cambio di timoniere; per tramite di Laura Benaglia, al tempo playmaker, ed una volta ottenuto l’assenso dei finanziatori (l’eccezionale gruppo dei “tribunizi”: tra di loro Nino Colombo, Giovanni Fantinelli e Piero Scalvi, sempre presenti al “PalAriosto” al pari del mitologico “Avellino” primo tifoso), fu preso contatto con Andrea Petitpierre, svizzerissimo dalla triplice attinenza, bresciano per nascita, tuttora sulla breccia (l’anno scorso, per dire, era viceallenatore ai Lugano Tigers nella massima serie maschile elvetica); lunga marcia con trasferte su campi “impossibili”, di quelli in cui i tifosi arrivavano a scalciare la palla sul “parquet” e gli arbitri si rifiutavano di fischiare ed Ezio Colombo era costretto a sgolarsi sino a rischiare l’espulsione e Giorgio Piazza si vestiva da pompiere, sino alla qualificazione al “play-off” per il rotto della cuffia (17 vinte contro le 16 dell’Omsa Faenza, vero e proprio “derby” delle calze); sorprendente 2-0 sul Codroipo che aveva concluso al secondo posto, dal girone “A” avanti anche la Ginnastica Triestina, nell’altro gruppo logico superamento del turno da parte di Viterbo (sponda Alimentaria) e Barletta; semifinali incrociate, tre i posti nella categoria superiore cioè sarebbe passato chi avesse vinto sùbito e sarebbe passato anche chi l’avesse spuntata nello spareggio tra le perdenti; Busto Arsizio dunque contro Viterbo, successo in trasferta dopo vicissitudini compreso il guasto al pullman con conseguente attesa sul piazzale dell’autogrill, vittoria, sembrò fatta ed invece al ritorno andò male, necessaria la “bella” fuori casa. Partenza, confronto tiratissimo, successo, storia e gloria. Affermazione devastante, quel 68-61: le laziali, che pure avevano dominato il girone “B”, non si ripresero dal colpo e furono battute anche nella serie di recupero.
Aveva un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro, ma senza andare avanti a muso duro, Giorgio Paolo Piazza, memorando nei secoli.



