Per lui, nel tempo dell’addio se non lo si è fatto pubblicamente mentr’egli era in vita, s’hanno e s’avrebbero da spendere aggettivi in serie eppure con un contraltare immediato, nella forma strutturale sintattica propria del connettivo con avversativo e laddove l’avversativo reca in sé un segno, un messaggio, un valore di apprezzamento: egli era infatti laico ma non laicista, rigoroso ma non intransigente, autorevole ma non autoritario, assertivo ma non prevaricante, professionale ma non azzittente, socialista ma non succube dell’ideologia, e fermateci, ché potremmo andare avanti per ore, identificando un carattere e ad esso giustapponendo una qualità. Dalle scorse ore non più in questo mondo, essendosi trovato a soccombere ad una malattia da cui era stato minato e che aveva affrontato con atteggiamento quasi ascetico e per ciò capace di sorprendere pur chi l’aveva amato e frequentato, è Remo Salmina, architetto per chi ne abbia incrociato l’opera, locarnese per nascita con attinenza in Centovalli frazione Intragna, a Gordola in domicilio, formazione al “Poli” di Zurigo, e solo alla fine aggiungiamo che 82 erano state le candeline a metà del novembre ultimo scorso. Sposato con Dolores, due figli, in ramificazione familiare con ampia schiera di dinastie territoriale dai Martini ai Dedini ai Gianoli e ad altri ancora che formano tessuto trofoconnettivo tra plaga e valli del Sopraceneri centrooccidentale e non è un caso se l’ultimo viaggio sarà onorato dai Rossi in ditta Bruno fu Quirino, Remo Salmina l’architetto ha saputo attraversare una dozzina di lustri – tra l’altro, avendo condiviso l’anno di nascita con futuri ed illustri colleghi quali Mario Botta e Peter Zumthor ed Emilio Ambasz: felice, quel 1943 – con opere e senza omissioni: ricorrente negli edifici, nell’abbigliamento e persino nelle sue foto la ricerca di un colore specifico, il viola, nobilitato in gocce e soprattutto in strisce; nel senso che se vedi un palazzo con una calata di viola in simmetria perpendicolare, ecco, puoi fare anche bella figura con il visitatore occasionale affermando che quello, esatto, quel che vedi lì è “un Salmina”.
In politica, realtà locale (Legislativo e Municipio a Gordola) e realtà cantonale (quattro legislature a Palazzo delle Orsoline con l’allora Pst, anche primo cittadino nel 1989 in subentro al lib-rad Demetrio Ferrari e con successiva consegna dei fregi al pipidino Urbano Bizzozero: un doppio passaggio a singolare espressione di tre distinte sensibilità politiche, il che è nelle cose, ma anche di tre diverse sensibilità territoriali, cioè un locarnese di piano e di valle – per via delle ascendenze dinastiche – a far da cuscinetto tra un chiassese-“momò” ed un luganese); plurime volte relatore per la Commissione granconsiliare gestione, da una sua firma il “placet” ad impegni sulla valorizzazione e sulla protezione di contesti quali il Monte Generoso. Di stanza in stanza, l’impegno sportivo, racchetta in mano ed anche ruoli apicali nel “Tennis club Verzasca” ora presieduto da Candido Joppini, con diretta responsabilità sulla formazione e trovandosi egli affiancato da persone con cui condividere esperienza e relazioni, valga per tutti il nome di Pier Tami allenatore nel calcio che fa letteratura e figura.
Nell’urna in viola (cela va sans dire), all’atto di commiato e di congedo nella sala cerimonie del crematorio di Locarno-Riazzino ed alle ore 11.00 in punto non ci starebbe male un solenne introito con l’esecuzione strumentale di “Purple rain” in sottofondo oltre ai sicuri “Bolero” di Maurice Ravel e “Vecchio frack” di Domenico Modugno, il suo pensiero, la sua essenza, la sua storia, il suo credo artistico. “Artistico”, e non è un errore: con tocco da artista, infatti, Remo Salmina ha saputo distinguersi dai molti che – bravi tutti, per carità – assemblano materiali in volumi destinati a diventare argomenti della nostra quotidianità con forme di case, scuole, monumenti, edifici pubblici ed altro. Abbiamo perso non un creativo “tout court”, non un “originale” e nemmeno un tomista atomistico o un atomista tomistico; abbiamo perso uno che era stato capace di far amare quel colore, via, e che agli occhi del clero e del volgo tale colore ha rappresentato. E dunque abbiamo perso una figura di cui oggi diciamo, e domani diremo, e fra un secolo ancora si dirà: “Remo Salmina, eh, altra categoria”. In immagine, Remo Salmina con il suo “storico” basset hound Gastone.






















































































