Pazzesca nazione si dimostra l’Italia, quando i cittadini sono chiamati alle urne. Pazzesca, si ripete, l’Italia: quando è imposto il “quorum”, cioè serve che votino il 50 per cento più uno degli aventi diritto e ciò vale nel caso del “referendum” abrogativo, già va di lusso se si esprime un terzo del corpo elettorale (l’anno scorso, su cinque temi cinque, non fu raggiunto nemmeno il 31 per cento); quando il “quorum” non serve, come nell’odierno caso di un quesito referendario confermativo, si muovono invece tre cittadini su cinque. Pazzesca, l’Italia, dove un “no” strappato al 53-54 per cento su parzialissima riforma del sistema giudiziario (erano primariamente in ballo la separazione delle carriere dei magistrati ed il sorteggio dei membri del “Consiglio superiore della magistratura”) induce un defenestrato nel consenso popolare a tradurre tale risultato in un “avviso di sfratto” – parole sue – al Governo in carica, ponendosi peraltro le elezioni generali, cioè le Politiche, non domani ma fra un anno abbondante. Pazzesca, l’Italia, dove una consultazione referendaria è percepita e propalata come espressione di un’evidenza di consenso – o di dissenso – politico, con immediata presa di possesso della tolda della nave ai fini di autorivendicazione dei meriti. Pazzesca l’Italia, dove le cose vanno forse meglio oggi rispetto a ieri ma un decimo dei residenti – equivalenza: non meno di 2.2 milioni di famiglie – vive sulla soglia della povertà.
Sino a qui, andandosi a prestito dalla “Alice” del meraviglioso Francesco De Gregori, sarebbe da confermarsi che sì, i pazzi siete voi. Poi, e però, vien da riflettersi su ciò che con quel Paese forma legame persino nelle cesure. Perché è pazzesca, l’Italia, nel caciarame che si forma attorno al nulla cosmico; ma è letteralmente in preda alla pazzie la Svizzera che, nonostante disponga di un consigliere federale italiano per lingua, per origini ed a lungo anche per passaporto e – come se non bastasse – deputato agli Affari esteri, dall’Italia fatica ad ottenere o non riesce “tout court” ad ottenere il rispetto di accordi sovrani ed in essere: vedasi la discriminazione delle aziende italiane su suolo tricolore, vedasi la non reciprocità di diritti (esempi a iosa, ne citiamo uno minimo ma non di rado fonte di guai: cittadino italiano può guidare in Svizzera un’auto con targhe svizzere, cittadino italiano non può guidare in Italia un’auto con targhe svizzere se non a stringentissime condizioni), vedasi l’unilateralmente denegata riammissione – da oltre tre anni a questa parte – dei richiedenti l’asilo. Cose per le quali di un “referendum”, o di altro atto confermativo, bisogno non c’è.
Cosucce che contano, che pesano, che incidono, e molto molto molto più di una questione giuridica interna in Tricoloria. A proposito della quale, osservandosi la stratificazione geografica nei “sì” e nei “no” espressi (constatazione epiteliale: Varesotto, Comasco e Verbano-Cusio-Ossola, così come Lombardia e Veneto, si sono espressi in senso contrario alla maggioranza del Paese), una sensazione torna: che a qualcuno la circostanza sia giunta buona per regolare i conti, e per rivendicare il ripristino di pregressi privilegi.



