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Pala & piccone / Se vuoi che parlino tedesco, usa un buon tedesco…

Alcuni amici e colleghi del “Corriere del Ticino”, ben armati di decenti intenzioni e così s’ha da credere, hanno provato a verificare – in via assai empirica, e lo ammettono; l’articolo è oggi disponibile anche nella versione “online” – quale sia il livello di conoscenza della lingua tedesca da parte di vari addetti all’accoglienza turistica in Lugano, e quindi si considerino esercizi pubblici, “Lac” e compagnia cantante. Non esaltante, vabbè, la qualità media delle risposte, fermo restando il fatto che fra gli interpellati pare non figurino l’albergheria e la ristorazione di buon profilo o di alta classe, il che avrebbe spostato (e non di poco) l’asticella verso l’alto. Ma su questo si tornerà in altra cirostanza.

A lettura conclusa, tuttavia, un quesito si pone proprio agli interroganti: come diavolo si può pretendere che un cameriere ti capisca se a tua volta parli un tedesco da tristezza infinita? Tre sfregi in un colpo solo nella frase “Ich möchte ein kaltes Kaffee”: a) “Kaffee” è ancora sostantivo maschile e pertanto, restandosi solo all’aspetto formale, tutto muta dall’indecente “ein kaltes Kaffee” ad un almeno presentabile “einen kalten Kaffee” (nota a margine: nel corso della giornata il testo dell’articolo è stato emendato e corretto proprio su questa espressione); b) nell’interlocutore potrebbe rimanere l’incertezza tra il caffè freddo in quanto fatto raffreddare ed il più logico “Eiskaffee” da tradizione elvetica; c) sussistono inoltre vari possibili fraintendimenti in linguaggio familiare. Non meglio l’opzione in inglese, laddove “caffè freddo” viene proposto come “cold coffee” (al che ci si domanda dove sia finito l’“ice coffee”, eventualmente nella versione “iced”; “Cold coffee” è riasciacquatura linguistica). Altra frase, ed è roba da far stramazzare per colpo apoplettico da risate: in una gelateria “affacciata sul Ceresio”, il cameriere – così nel testo – non avrebbe avuto problema alcuno nel servire un “Eisbecher mit Kaffee und Beeren” interpretandolo come “coppetta al caffè ed ai frutti di bosco”. Ma davvero? Il cameriere, in questo caso, avrebbe dovuto portare una coppetta (vuota), un caffè e qualche bacca… Sino a prova contraria, coppetta bigusto con gelato al caffè e gelato ai frutti di bosco uguale “ein Becher mit Kaffee- und Waldbeerengeschmack”.

In tutta onestà: ai tempi di “Gazzetta ticinese”, un Fabio Pontiggia ed un Bruno Costantini avrebbero bruciato sul posto l’articolo e l’estensore. No, non per l’uso di un tedesco da corso-base in parrocchia, anche se vale sempre un principio di buona fede cronistica (se vuoi fare le pulci al prossimo sulla lingua straniera, vivaddio, quella lingua devi conoscere senza far ricorso alle frasette da “Google translator”); per gli stereotipi, invece. Per gli stereotipi stupidi che affiorano qua e là nel pezzo, una composizioncella buona forse per il liceo se il docente, nel correggerla, è molto assonnato. A parere dell’estensore del pubblicato, per esempio, il tedesco parlato e compreso perfettamente sarebbe “aspetto cruciale per chi è attivo in questo settore” (cioè nel turismo) “e di riflesso per tutta Lugano”; al netto del sillogismo, l’aver scelto una fascia bassa di interlocutori (bar, ristorantino da ospite occasionale, gelateria) escludendo tutto il resto (albergheria media ed alta, ristorazione di seconda e di prima fascia) toglie qualunque valore persino alle constatazioni di superficie, ergo lascia il tempo che trova un’espressione apodittica quale “Il rilancio passa anche a lì” (e, per di più, Lugano non è Ascona; messaggio che dovrebbe risultare sufficientemente chiaro, no?). Poi: a parere dell’estensore del pubblicato, la responsabilità di un’ordinazione sbagliata (quella del caffè freddo, proposto in tedesco d’accatto e rieditato in inglese suicidario) sarebbe stata della cameriera (“L’espresso ci viene servito bollente. Accortasi del malinteso, la ragazza chiede scusa e si congeda”). Poi: la commessa di un negozio di abbigliamento avrebbe detto “Nein Deutsch” (eh?). Ed inoltre: alla lingua inglese, adottata come “ponte” per il dialogo con la clientela, il cameriere in un ristorante del centro avrebbe applicato “l’inevitabile accento italiano”. “Inevitabile”? C’è fior di ticinesi che insegnano in università straniere (in inglese) e che lavorano alla Nasa (forse che alla Nasa si usi l’esperanto?) e che insegnano il football americano agli statunitensi (in inglese, magari con declinazione da anglo-american); e c’è fior di italiani nella stessa condizione professionale, anche nella ristorazione, anche in Ticino, toh. “Inevitabile”, quindi, un corno.

Ah, sì. Giornalisticamente parlandosi, un’occasione mal spesa.