Home CRONACA L’editoriale / Undici maggio duemilaventi: il Ticino torna a bordo, cazzo

L’editoriale / Undici maggio duemilaventi: il Ticino torna a bordo, cazzo

Non ci importa del veder grigio nel cielo e del sentir acqua trepestare sulla lamiera della veranda: il Ticino è questo, luogo incretato tra un confine ed un picco, siccità alternata a diluvi. Di contro, guardiamo e la mente corre alle memorie manzoniane: per pagine e pagine il descritto d’una pestilenza che dal 1629 iniziò a menar strage in Lombardia (Ducato di Milano il più vessato), nell’Italia settentrionale ed in parte di quella centrale (sino al Granducato di Toscana) e risalì sin in Bregaglia (più e più vittime a Bondo), e che in men di righe 10 vien dissolta dall’autore sotto “(…) una grandine di goccioloni radi e impetuosi che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie”. E Renzo, il Renzo Tramaglino fulcro formale di vicenduole umane che in controluce formano per contro l’affresco di una società, sull’istante nemmen può immmaginare “quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri”. Cesura fra il dramma e la speranza si rivela là l’improvviso soggiungere della pioggia a lungo invocata; a cesura fra due tempi prefissati (ad arbitrio, ma di quell’arbitrio che non lede: iersera fu coda della “fase uno”, dalla mezzanotte procediamo sul prodromo della “fase due”) è giunta la pioggia che forse non toglierà dalle nostre strade il “Coronavirus”, eppure sembra spezzare un lungo silenzio del Cielo sulla nostra quotidianità.

Stiamo tornando a bordo, stamane. Stiamo tornando a bordo (e sì, nel titolo c’è durezza, nel titolo c’è asprezza, nel titolo c’è strazio, nel titolo c’è un urlo che si chiama dolore ed orgoglio) oggi, lunedì 11 maggio: in modo confuso, tra evidenti contraddizioni, aprendosi i bar ed i ristoranti ma non i campeggi, restituendosi ai viaggiatori i treni lindi e specchiati (dicono) e ad orario integro ed integrale ma con “aggiustamenti” – la distanza fisica tra utenti, gli obblighi personali – che renderanno non facile il transito da casa all’ufficio, ed ancora con l’incognita di una scuola dell’obbligo che solo un’irragionevole ostinazione da burosauri ideologici può pretendere essere obbligo quando a tutt’oggi non sussiste certezza alcuna circa i rischi di contagio covidiano fra soggetti in età minore, mentre si dubita (et pour cause) del “peso” didattico di simil scelta, e figurarsi circa l’apporto culturale da essa derivante nella micragna di tempo e di riassetto. Ma stiamo tornando a bordo nulla negando della nostra umanità dolente – testimonieremo in altro luogo delle fallacie d’un messaggio inculcatoci sulle prime propaggini della pandemia – e, molti di noi, ancora all’acme della sofferenza per uno o più lutti patiti nella cerchia familiare, nei rapporti amicali, nelle relazioni quotidiane; stiamo tornando a bordo con un richiamo alla vita; stiamo tornando a bordo non già per un ordine perentorio giunto dalla capitaneria di porto a colui che alle cronache si sarebbe poi consegnato con il marchio della codardia, stiamo tornando a bordo non già per mettere in salvo il salvabile (“In cabina sono rimasti i gioielli ed il gatto della signora, porti via tutto, ma se deve scegliere tra gli uni e l’altro non abbia dubbi e prenda i gioielli, con i gioielli si può sempre comperare un altro cane mentre con un cane non si comperano gioielli”); stiamo invece tornando a bordo per disincagliare la nave e per rimetterla in mare, una volta che saranno state riparate le falle nelle opere vive e nelle opere morte, sopra e sotto la linea di galleggiamento, e che nel quadrato sarà stata ricostituita la forza effettiva grazie al quale quella stessa nave avrebbe modo – ed auspicabilmente avrà – di servire e di essere servita.

Molto ci è stato detto sul nostro dover mutar d’accento, d’atteggiamento e d’abitudini, dopo lo “tsunami” da Covid-19 ed invero mentre ancora la soglia di allerta rimane alta. Ad alcuni cambiamenti si potrà rispondere con l’impegno, ad altri con il coraggio, ad altri ancora con la mera coscienza; tristemente e con malfermo distacco emotivo opiniamo circa l’effettiva volontà collettiva di collocarsi in questo solco; non per egoismo ma per fiducia crediamo che entro breve verranno meno varie tra le restrizioni al momento ineludibili; sarà tuttavia il caso che a cambiare – per quel che è da cambiarsi; astenersi manichei, ideologici, estremisti del candore e limitatori di libertà costituzionalmente garantite – sia il “sistema”, o quella parte di esso che è sovrastrutttura, pastoia, ridondanza. Asciugare, limare, togliere, abrogare, semplificare, ridurre: dalle commissioni pletoriche, dalle conventicole, dai comitati che si autoiscrivono alla categoria tutoriale della salute pubblica; dai “think tank” che del pensiero, nel migliore dei casi, contengono solo le viole; dai raddrizzatori di gambe dei cani; dai palafrenieri che ieri furono al servizio d’un potentato, e che oggi uggiolano al passar del vessillifero che precede il funzionario che fa strada al capoarea che regge il mantello al dirigente che alla Fiera dell’est, per due soldi, mio padre comprò. Si sta tornando a bordo, e si parte, ad equipaggio ridotto, con minor forza nei motori, con i fumaioli che denunciano ammaccature e lesioni, in mezzo a ferraglia che è residuo d’un crollo e senza vernice sufficiente per ridipingere le murate; ma stiamo tornando a navigare, disincagliandoci dagli scogli e senza passare dal bacino di carenaggio, ed eseguiremo le altre riparazioni in mare aperto, e per quel che non abbiamo dovremo essere così intelligenti da industriarci e da reinventarci. A 20, a 30, a 50, anche a 60 anni, e chiedendo consiglio anche agli ultraottuagenari; se gli specialisti di gerontologia sostengono – non senza motivo – che la terza età ha inizio a 74 anni, è il tempo di tirar fuori idee e di proporle e di attuarle con visioni laterali. Ogni giorno sia un giorno da 24 ore sul quadrante e da 25 nella nostra testa, dando noi a noi stessi la chiave per rispondere ad una crisi che non ci siamo cercati e che pure, se ci liberiamo dell’orpelleria feticciosa, siamo in grado di sconfiggere.

Stiamo tornando, gente. Siamo tornati.