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A margine / Microconcerto di Blanco, l’ira dei “fan”. Ma se non c’è repertorio…

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Riccardo Fabbriconi da Brescia, anni 19 compiuti in febbraio, è un tizio o predestinato o con la fortuna che di volta in volta si scatena nell’impienìgh ôl poroporopero, in metafora da Piero Chiara sempre sia lodato Piero Chiara letterato per l’averci aperto la strada alla facoltà d’uso di consimili espressioni. Sul giovine Riccardo, così in anagrafe ma a qualche fetta di pubblico già noto come Blanco avendo tra l’altro vinto l’ultimo “Festival” a Sanremo in coppia con Alessandro Mahmoud noto come Mahmood, erano riposte iersera le attese di migliaia di ragazzi stante la centralissima collocazione dell’artista – noi così lo consideriamo; si tratta poi di stabilire quali complementi di specificazione possa avere tale arte – al “Connection festival” di piazza Grande a Locarno, oggi tocca a Niccolò Moriconi che si fa chiamare Ultimo e che un po’ di gavettame ha almeno dovuto lustrare, fine dell’inciso. Ordunque, che cosa accadde? Accadde che Blanco giunse e cantò. Per un’ora, un’ora di quelle da 60 minuti; qualcuno – tra cui Alain Scherrer, sindaco dalla notoria musicalità con la “Vasco jam” in eredità del microfono da Ivan Maggini – sostiene “un’ora e mezzo”, ma via “Facebook” rischia persino di sentirsene tirare addosso su simile azzardo. Fossero anche stati 90 minuti, una miseria, ed il primo a riconoscerlo sarebbe lo stesso Alain Scherrer memore di uno sforamento sin quasi a tre ore, stesso luogo, giust’or è un anno meno una settimana, proprio con la “Vasco jam”; ché al pubblico, pagante o non pagante che sia, s’ha da dare quanto si è in grado di offrire. E 60 minuti, santa pace, hanno semplicemente il retrogusto dell’insulto.

Con la memoria si prova ad andare indietro, in “excursus” a sinapsi libere e neuroni vagolanti: quando il Blasco – mera assonanza con Blanco – venne per la prima volta in Ticino grazie ai buoni uffici dello sfrontatissimo Luca Quattrini rip e cantò alle “Stelle” di Ascona, non c’era modo di tirarlo giù dal palco tanto egli rispondeva alle richieste del pubblico e continuava sino ad esaurimento ugola; quando 10 anni addietro Luciano Ligabue salì dalle lande bassaiole per l’atto primo del “Sotto bombardamento tour”, e per la circostanza aveva scelto di articolare il progetto in 24 pezzi scelti (tra l’altro, fu cavato fuori dal cilindro anche “Aaa qualcuno cercasi”, mai più sentito in un concerto dal 1993 a quel giorno), il parlato fu poco e la musica fu tanta e quale “bonus” di introduzione s’ebbe un mirabile Pino Daniele che interpretò il ruolo da “guest star” con un mezzo concerto a raffica, 45 buoni minuti senza risparmio.

Sul lato opposto, il signor Blanco che canticchia al prezzo di un franco il minuto (vedasi biglietto in immagine) solo solo non è: ci si ricorda anche di una furbata dei “Pink Floyd”, a Locarno, or è una dozzina d’anni: 67 minuti al lordo. Il primato rimane forse “extra moenia”, una volta che ci s’imbarcò in un’assurda trasferta oltrefrontiera a Varese, periodi congrui con le visite di Pfm e del citato Vasco: si arrivò nella zona di un istituto tecnico davanti al quale era stato eretto il canonico “teatro tenda”, e lì si era attesi dal cartello ad esaltazione di un solista in transito dal rock progressivo al neomelodico, o così ci pareva di aver letto. Inizio quasi puntuale (quasi), cantante sul palco, ciao ciao a tutti benvenuti sono felice et similia per almeno tre minuti, e poi: buttati lì due successi da “lato A” del vinile, pausa; introduzione del gruppo di spalla con dovizia di particolari su nomi cognomi età il tutto in lettura dal foglietto, stiracchiamento in solo acustico da parte di ciascuno dei medesimi (inestimabile frantumazione di gonadi sulle rullate, per qualche istante salì alla mente la tentazione di ribaltare il concetto di percussioni procedendosi cioè alla percussione fisica del batterista), indi proposta di un pezzo da “lato B” nel senso stretto del termine tanto il brano era flaccido, pausa; da quel momento il percorso del concerto iniziò ad apparire sinusoidale se non proprio casuale, o quelli della “band” non conoscevano le note o il cantante non riusciva a farsi intendere da qualcuno della “band”, ancora quattro strimpellate ed il “bis” di quel prodotto che era stato messo sul banco e sprecato all’apertura del concerto (un po’ come se un’orchestra del liscio si presentasse con “Romagna mia”: non butti nel cesso il cavallo di battaglia ed il punto focale su cui fai valere la tua competenza nell’esecuzione, ne va della dignità). Fatti i conti, il tizio uscì dalle quinte dopo aver interpretato sei canzoni in tutto, e non fece rientro per una seconda parte del concerto che evidentemente era nella sola testa degli spettatori: voce e musicanti se la filarono alla chetichella, protetti dall’essere quel “teatro-tenda” appoggiato ad un prato davanti al quale correva una stradicciuola o un sentierazzo bastevole a consentire la fuga del gruppo.

Non è divagazione fine a sé stessa, quella di cui sopra; perché sulla via del ritorno, al tempo, incominciammo a capire che in fondo in fondo e l’eravamo meritata. Si precisa: erano tempi di ancora scarsa diffusione del verbo musicale nell’etere catodico, erano tempi ovviamente privi di InterNet, erano tempi in cui si aspettava qualche appuntamento sulle frequenze di Beromünster convertitasi a “Schweizer Radio Drs” ma pur sempre Beromünster sulla scansione della bolsa “Telefunken” a valvole modello T60; ma avremmo dovuto pensarci prima, ci si disse accusandoci a vicenda come si fa nelle compagnie di giro dopo un fiasco in teatro, andiamo ad ascoltare uno che, fatto salvo quel paio di successi, ha scarsa storia e nullo repertorio? Che cosa ci aspettavamo, una risorgiva di inediti tenuti lì nel dimenticatoio soltanto per essere ostesi ai nostri padiglioni auricolari oh qual gaudio oh qual privilegio? Si finì per litigare di brutto brutto brutto, sino al sabato successivo quando fu trovata – e sperimentata – una dignitosa compensazione in forma di godenda. Ed ecco il punto: che cosa avrebbe dovuto portare sul palco di Locarno, il 19enne Fabbriconi Riccardo, a parte la relativa novità del cambio di fidanzata da Giulia Lisioli e Martina Valdes ed al di là della polemica sulla palpatina ai genitali che egli avrebbe subito da una “fan” durante il concerto a Milano? Anche limitatamente al giro del pop, che cosa avrebbe egli di meglio e soprattutto di più? Si risponde: di meglio, sempre se e sempre che, vi è molto da dimostrarsi; di più, per contro, proprio nulla, dovendosi gestire un concerto qui per sottrazione anziché per addizione. Tradotto: album pubblicati, uno; album realizzati dal vivo, zero; disco di esordio, appena a settembre dello scorso anno, con recupero di tre singoli precedenti ché in caso contrario il produttore non sarebbe nemmeno arrivato a quello che consideriamo come minimo sindacale, e già 12 tracce non costituiscono motivo di soverchio entusiasmo.

Quando poi, si perdoni l’insolenza ma s’ha da essere onesti sino al midollo, le – ehm – ridondanze tra i brani sono non irrilevanti, ed insomma ti sembra di sentire sempre la stessa solfa.

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