Home CULTURA Rifiorisce il cuore archeologico di Harta. E l’impronta è di un luganese

Rifiorisce il cuore archeologico di Harta. E l’impronta è di un luganese

Rilevamento dell’assetto urbano e parzialmente conurbato su una superficie di 700 ettari circa, verifica e mappatura dei danni riscontrati, censimento dei frammenti di manufatti e statue prima della loro messa in sicurezza, e varie scoperte, una delle quali clamorosa. Imponente l’opera svolta nel mese di febbraio ad Al-Hadr – l’antica Harta di fondazione seleucide nel terzo secolo avanti Cristo, indi centro religioso dei Parti, storica realtà di frontiera con la civiltà romana, al totale decadimento nel 240 dopo Cristo sull’assalto dell’esercito del Secondo impero persiano – dai membri di una spedizione coordinata dall’archeologo luganese Stefano Campana, 50 anni nel novembre prossimo, docente all’Uni Siena, in progetto sostenuto con risorse finanziarie della ginevrina “Fondazione Aliph”; centrato dunque, a tappe forzate per ragioni di tempo, l’obiettivo primario ossia un riscontro della devastazione (e del salvabile) nell’area che fra la metà del 2014 e l’aprile del 2017 fu occupata da miliziani dell’Isis e da questi “condannata a morte” così come era accaduto per la non lontana Ninive, diventando cioè i templi, le statue e le architetture monumentali “in genere” un semplice bersaglio per le esercitazioni militari. Rovine su rovine, ma non solo: quegli atti di distruzione divennero un emblema della furia iconoclastica dei terroristi sotto le bandiere Isis, i cannoneggiamenti delle opere e l’abbattimento dei manufatti vennero registrati e trasmessi in tutto il mondo a scopo di messaggio intimidatorio e di disprezzo per la cultura.

Insieme con Stefano Campana e con il collega Massimo Vidale (Uni Padova), sul terreno, all’opera una squadra di architetti e di archeologi operanti sotto egida dell’“Associazione internazionale studi del Mediterraneo e dell’Oriente-Ismeo” in Roma; l’accesso all’area – una prima assoluta per spedizioni archeologiche dopo la sconfitta del sedicente “Stato islamico” – è stato garantito per tramite dell’iraqeno “State board of antiquities and heritage”. Molto il lavoro “ordinario” – rilevazione, riscontro, attestazione, catalogazione – nella straordinarietà dell’intervento; entusiasmante, e questo non era di certo in programma anche se figurava tra gli auspici fors’anche estremi, l’individuazione di frammenti delle due grandi teste fatte a pezzi proprio dai fanatici islamisti. E qui la sorpresa delle sorprese: i frammenti più grandi, come riferiscono fonti in nome della spedizione, si incastrano quasi alla perfezione, il che comporta valide prospettive nella fase di restauro e la possibilità, un giorno, di procedere alla ricollocazione delle sculture nelle posizioni originali. Ipotesi ambiziosa, e che sarà ben da ponderarsi – ma è un ragionamento da formularsi a bocce ferme – quale alternativa al trasferimento dei materiali “sensibili” in luogo idoneo e protetto: ieri fu l’Isis, domani chissà.

Nella foto, i membri della squadra di ricercatori, archeologi ed architetti; altre immagini sulla nostra pagina “Facebook”.