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A margine / “Reinventori” alla larga, il Sacro Monte va bene così com’è

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A Varese, in frazione Santa Maria del Monte, c’è un Sacro Monte tra i più amati: luogo devozionale “ab immemorabili”, fors’anche per un passaggio di sant’Ambrogio ai tempi del trionfo sull’eresia ariana, indi sicura sede d’un santuario da buoni mill’anni a questa parte, quattro secoli come oggi dal completamento del blocco di 13 cappelle sotto regìa del Bernascone, nome Giuseppe e soprannome “il Mancino”, lo stesso genio che ritroviamo alla coeva Madonna del Sasso di Orselina. In febbraio, per voce di Vittorio Sgarbi critico d’arte (ed ora sottosegretario alla Cultura nel Governo tricolore) ed invero in ripresa d’un’idea lanciata nel 2002 da monsignor Pasquale Macchi che del santuario era stato arciprete, era stata lanciata l’ipotesi di aggiungere cinque “cappelle di luce”, con riferimento ai “misteri luminosi” che ai misteri “tradizionali” – gaudiosi, dolori e gloriosi – erano stati inseriti nella forma facoltativa, proprio in quell’anno, da papa Giovanni Paolo II; segno suggestivo, il sacro che è luce, la luce che porta all’Onnipotente, insomma un messaggio credibile ma che pare essersi già inchiodato in qualche area di servizio, così come era avvenuto giust’appunto quattro lustri prima.

Ieri, invece, per voce di Davide Rampello noto quale curatore di eventi e già presidente della “Triennale” di Milano, nel corso d’un convegno è spuntato il malo ragionamento di infilare nel contesto un pacchetto di edicole-musei da dedicarsi a singoli temi. Religiosi e propri del luogo, s’immagina uno: magari ai santi non si presta più grande attenzione, ma alla Vergine sì e dunque si potrebbe pensare a Maria in quanto Ausiliatrice, a Maria in quanto Consolatrice, a Maria in quanto Sede della sapienza; solo di che scegliere, con oculatezza, fra i numerosi titoli conferiti alla Vergine, peraltro sapendosi che l’acme dell’ascesa al Sacro Monte è dato dalla venerazione della “Madonna nera” (straordinaria opera di scuola campionese, tra l’altro). Ma figurarsi: temi delle quattro nuove cappelle, nella visione proposta, sarebbero invece l’acqua, la fauna, la flora ed il paesaggio. E la connessione con il sacro? Beh: è tutto parte del Creato. Poi basta che ci si dimentichi della lettera maiuscola, e che al “creato” si attribuisca il senso da “creato” come espressione di comune intelligenza collettiva perché – come no? – viviamo in un tempo in cui sei un “Mister Nobody” se non ti definisci “creativo”, ed avremo già ridotto le quattro nuove cappelle ad un banale percorso museale sugli elementi costitutivi della natura, neopaganesimo della più torbida acqua, nella migliore tra le letture. A quel punto, ci si sentirebbe dire che, in fondo, ciascuno può trovare la sua spiritualità anche guardando fuori dalla finestra ed ammirando il sole e gli alberi; per sillogismo, se questo è un monte “sacro”, non vi sarebbe bisogno di dare una definizione religiosa alla sua “sacralità”; e insomma, siate moderni ed aperti al mondo, non pretenderete di ridurvi ad una connotazione cultuale quando potete avere la pienezza della connotazione culturale, no?

La risposta è per l’appunto un “No”. Di pezzi in più – la scriviamo proprio alla prosaica bruta – non ha bisogno il sacro pertinente al Sacro Monte varesino, il cui codice sorgente è peraltro non dissimile da quello dei non pochi Sacri Monti dei nostri territori anche se lì l’opera andò in porto con rapidità straordinaria (in altri luoghi, vedasi la verbanese Ghiffa, capitò per contro che il progetto rimanesse incompleto…). Altro sarebbe stato se nell’esposizione del progetto fosse stato detto, papale papale, che il cammino del Rosario è un pregare per cogliere il respiro dello spirito, e che quindi si tratterebbe di offrire un contesto da percepirsi in chiave mistica (si perdoni l’arzigogolo. Si scrive così per farla breve); ma di ciò non vi è stata traccia, e ad ogni buon conto i Sacri Monti, proprio per il loro elevarsi ed anche per la fatica che impongono al pellegrino orante, di natura e di silenzio e di spunti per la meditazione e di richiami all’Altissimo sono già densi in misura più che bastevole. Tra l’esistente ed i prefigurati tempietti laici sarebbe difficile persino il trovare una connessione, tale è la distonia di credo e di pensiero; né risulta innovativo il richiamo all’esigenza di una purezza totale da esprimersi mediante l’utilizzo di elementi semplici e presenti “ab antiquo” tra le mani degli uomini, si pensi al sasso, si pensi al ferro, si pensi al legno, perché già pienamente essi sono presenti nella storia del Sacro Monte; quanto alle forme circolari ed ottagonali e quadrate, anch’esse indice di purezza secondo quanto propalato e propagandato, consta che esse siano state già inventate e già ampiamente utilizzate. Già, per le cappelle. Ergo: tolta dal tavolo la scatola e tolti dal tavolo i materiali contenuti nella scatola, che cosa rimane?

Rimane una sensazione, triste prima che nauseante: che qualcuno stia tentando di mettere il cappello sul quasi bimillenario Sacro Monte di Varese e sul quadrisecolare cammino di fede dato al mondo dalla mente illuminata del cappuccino padre Giovan Battista Aguggiari, distorcendo la storia ed il senso stesso di un complesso che nacque come “unicum” e che così rimane; problema, si osserva, non politico (i politici ascoltano ed assentono di principio, dicono “Bravo, interessante” e giustamente passano sùbito ad altro) ma d’impronta. Nulla vieta a Davide Rampello – ed a quanti vorranno seguirlo – di comperarsi un pezzo di collina o un cavalcavia in disuso, e di calare una bella asfaltatura magari anche fonoassorbente in modo da far identificare ed istruire un nuovo percorso, e poi ancora, sul tracciato così concepito, di piazzare cortecce d’albero e tronchi spezzati e manufatti irrisolti e tralicci protesi a far segno nell’etere, ed infine di dedicare tali opere all’acqua alla fauna alla flora al paesaggio ed anzi ai quattro elementi primordiali secondo Anassimene filosofo da Mileto, e magari anche di elevare una stele in memoria di Empedocle che a fuoco aria acqua e terra accostò il “sentire” religioso almeno secondo i canoni d’or sono due millenni e mezzo. Faccia ciò, l’autore della proposta, e quale atto di carità andremo in visita al prodotto del suo dissesto ideologico.

In tre concetti, per chiudere, una modesta proposta per conferire nuovo vigore al Sacro Monte: stesse cappelle, più devozione, meno cappellate.