Il suo transito dalla prima adolescenza all’adultità era stato indirizzato e sviluppato, in termini di formazione scolastica, da piano a piano e da aula ad aula della “Commercio” a Bellinzona; ma l’esistenza era destinata a soggiacere alla musica ed a governare la musica perché di questo, da studioso e da cultore e da curioso e tanto tanto da “deejay”, egli si nutriva e perché alla musica egli sapeva dare il colore giusto nel momento giusto. Se ne è andato da questo mondo, all’età di 57 anni compiuti in settembre, Emanuele “Ema” Giannotta, che molti ricorderanno come una tra le identità – c’era la voce e c’era la competenza giornalistica, Franco “Fbi” Bianchi il maestro e mentore riconosciuto – di casa Rsi in onde medie ed in modulazione di frequenza, periodo dal gennaio 1988 quando nacque la ReteTrè all’agosto 2015, unico segno di invecchiamento il progressivo abbandono della criniera – obtorto capite, si dovrebbe dire – che era un suo segno distintivo al tempo della conquistata maggiore età; la notizia del decesso è stata annunciata ad esequie già avvenute.
Conversatore eccellente, in grado di trattare a tu per tu ed in modo confidenziale con i “big” del jazz e del rock (a suo merito, un utilizzo disinvolto dell’inglese e delle sfumature ancorate al settore), Emanuele Giannotta si occupava di musica senza vezzi critici ma stando “dentro” la musica e dentro i luoghi in cui la musica era rappresentata o da rappresentarsi; in ciò, ancorato com’era al Sopraceneri centrooccidentale quale suo osservatorio sul mondo (“Sono pur sempre un ragazzo del fiume”; non che in verità gli dispiacessero Montreux per le interviste e Barcellona per l’atmosfera di libertà e la Polinesia per la rigenerazione del corpo e dello spirito), egli aveva dialogato con un numero considerevole di primari attori della scena e prodotto una quantità inverosimile di interviste, essendo nel contempo testimone di fatti commendevoli ma anche di momenti tristi e che si sarebbero incisi nella memoria collettiva, valga per tutti la chiusura delle “Stelle” di Ascona, notte tra venerdì 31 gennaio e sabato 1.o febbraio 1992, quando si spensero le luci di un ritrovo a misura di giovani e meno giovani, dal “night club” alla discoteca alla taverna; lì dentro, nella naturale tristezza di un sogno che si stava dissolvendo dopo quasi un quarto di secolo e che era stato caratterizzato anche da eventi dall’impatto mostruoso (Vasco Rossi messo sotto contratto e fatto esibire dal “promoter” Luca Quattrini, ad esempio), grazie ad Emanuele Giannotta l’“addio” fu trasformato in celebrazione, in esaltazione della vita, in atto da tramandarsi di generazione in generazione. Così come di generazione in generazione, attraverso i figli Federico e Riccardo, a chi quel tempo ha potuto vivere e condividere piacerebbe che la storia di “Ema” fosse trasmessa. Con due messaggi, sì, intensi e che stavano nelle corde di Emanuele Giannotta formandone la rappresentazione geometrica: alla base, “No culture, no future”; per l’altezza, “Stare in una fase, non importa quale fase, ma trovare sempre una fase”, che era poi un motivo di fascino da fascinazione spumeggiante, associandosi le note ad una sensazione che andasse oltre il “mood”. E i dolori, le delusioni, la malinconia? “Esistono, certo. Ma sono fatti non per renderci scontenti e non per toglierci valore e dignità, ma per indurci e per portarci a maturare”.
E dunque, grazie e ciao, Ema.



