Frode fiscale, sottrazione di imposta (per un totale di circa 25 milioni di franchi), frode doganale e violazioni alla Legge sul controllo dei metalli preziosi gli addebiti di cui un 65enne italiano residente in Italia sarà chiamato a rispondere in sede penale, davanti all’autorità giudiziaria ticinese, sull’esito dell’inchiesta condotta da effettivi dell’Ufficio federale dogana-sicurezza confini ed alla quale hanno cooperato inquirenti di Italia, Liechtenstein e Germania. Il soggetto, secondo evidenze sommarie dall’atto di accusa trasmesso venerdì 10 gennaio e del quale è stata data notizia stamane, era al tempo domiciliato in Svizzera e si è reso responsabile del trasferimento illegale di oro, per un totale di sette tonnellate circa – tra lingotti, gioielli, monete e lastre – nell’arco di un quinquennio a partire dal 2016, dall’Italia alla Svizzera, indi di essersi occupato della vendita ed infine di aver gestito il rientro dei proventi su suolo peninsulare; l’attività di contrabbando era svolta da corrieri con veicoli opportunamente attrezzati secondo i canoni ben conosciuti dagli specialisti del “Gruppo visite” sul confine, soliti meccanismi all’interno dei sedili, soliti recessi nelle ruote di scorta, solite diavolerie nei cruscotti e nelle portiere, solita sfida dei cacciatori di merce occultata. Alle spalle, un’organizzazione per il rastrellamento sistematico del prodotto, che in parte era poi trasportato nel Liechtenstein e riesportato verso la Germania.
Sulla testa del 65enne, in quanto referente della struttura, ipotesi di reato che vanno dalla truffa qualificata in materia di tasse alla sottrazione (qualificata) d’imposta cioè dell’Iva, dall’infrazione doganale qualificata all’inosservanza delle prescrizioni secondo la Legge sul controllo dei metalli preziosi; a rigore di atto d’accusa, richieste una multa non inferiore al mezzo milione di franchi, una pena detentiva di tre anni ed il divieto di entrata in Svizzera per almeno 10 anni. Ciò perché, ad avviso degli inquirenti, la catena è stata ricostruita in modo incontestabile: l’importazione aveva luogo senza che la merce passasse sulle bilance dell’Ufficio doganale competente per il versamento dei dazi all’importazione e senza che vi fosse verifica sul titolo dell’oro in sede di Ufficio controllo metalli preziosi; il trattamento alla vendita era poi gestito per tramite di società registrate su suolo svizzero e ricondubili – così standosi all’atto di accusa – “ai membri dell’organizzazione”, con cessione a realtà o a terzi “attivi nella lavorazione e nel commercio di oro” e con sedi vogliasi in territorio elvetico vogliasi nel Principato; a copertura dell’origine illegale, nella contabilità delle società svizzere utilizzate erano inserite documentazioni generate ad arte ovvero fittizie. Il tutto, così raccontano le carte, senza utilizzo di appoggi bancari e cioè con transazioni in soli contanti. Nella foto, parte del denaro recuperato; altre immagini sulla nostra pagina “Facebook”.