Home CRONACA L’editoriale / Vogliono ricostruire l’Ucraina. Con una farsa recitata sulla tragedia

L’editoriale / Vogliono ricostruire l’Ucraina. Con una farsa recitata sulla tragedia

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Interessi o non interessi, e quale che sia l’opinione che ciascuno si sarà formato – oppure no: sussiste anche questo diritto – sulla questione, di Ucraina dovremo occuparci a domicilio, fra un paio di settimane, stante la programmata ed ormai nota conferenza che farà perno su Lugano lunedì 4 e martedì 5 luglio. “Contributo del nostro Paese” alla stabilità nel mondo ed in Europa, a controvertibile parere di Ignazio Cassis, consigliere federale; bene che egli ne parli ora, giacché forse non s’avrà molto tempo di autocelebrazione, in quel contesto, dovendo nell’arco di 48 ore intervenire delegati di almeno 20 organizzazioni internazionali e di almeno 40 nazioni, funzionalmente a quello che viene già paragonato al “Piano Marshall” elaborato ed enunciato nel 1947 per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Qui si tratterebbe invece, con tanto di “Dichiarazione di Lugano” da stendersi e da firmarsi (traduzione in lingua corrente: le diplomazie arriveranno a Lugano con il testo già elaborato, strutturato sino ai frammenti e persino parafato: ultimo tocco, una raffica di firme), di produrre il progetto globale di ricostruzione dell’Ucraina.

Nientemeno, la ricostruzione dell’Ucraina: a tavolino, disegno su disegno, metro dopo metro. In sé, fatto che sarebbe commendevole se: a) la guerra, quella strana creatura ameboide che ogni giorno lascia cadaveri agli angoli delle strade e fa strage di bambini e toglie la luce degli ultimi anni agli anziani e manda il giovane Vladimir a sparare all’omonimo giovane Volodymyr (nomi scelti a caso) salvo che accada il contrario, fosse alle spalle, concluso, quantomeno interrotto con un punto fermo a surgelare velleità ed illusioni dell’una e dell’altra parte, o in alternativa si disponesse di un serio orizzonte temporale su cui far conto (ottobre 2022, aprile 2023, luglio 2024, che sia qualcosa ma qualcosa in cui confidare, vivaddio); b) si avesse una sia pur vaga idea sul nome di colui che sarà padrone del territorio al momento in cui le armi avranno smesso di tuonare; c) prima ancora di mostrare le credenziali agli organizzatori., ci si togliessero i paraocchi manichei con cui da quattro mesi a questa parte viene percepito il conflitto dopo che per otto anni è stata ignorata la belligeranza quotidiana in alcune regioni dell’area medesima; d) ci si accingesse a parlare da una posizione di controllo sulle cose. Il che non è: nella migliore tra le migliori delle ipotesi, gli interlocutori più accreditati (e si parla di nomi dal ruolo purtroppo inversamente proporzionale all’incidenza delle decisioni già prese, oltre che – in vari casi – alla competenza) rientrano nella categoria dei “wannabe”, bravissimi teorici a trarre conclusioni in un quadro nel quale tutto sia predefinito (due più due uguale quattro) ma affatto spaesati in presenza di equazioni con l’incognita semplice; figurarsi davanti ad un sistema di equazioni in cui, lo si ammette, è probabile che le “x”, le “y” e le “z” e le altre lettere siano soverchianti e pertanto una soluzione secca non esista. Ed in altra ipotesi che non sia la migliore tra le migliori? Beh, accadrà quel che per secoli e secoli è avvenuto sui movimenti di qualche esercito verso le zone di assedio: appena fuori dall’accampamento, e prontissimi ad entrare su richiesta, si piazzeranno gli approfittatori, pardon, i portatori di esigenze inderogabili e primarie.

Chi è credente sa che speranza è la certezza del qualcosa-che-avverrà: su quel livello, nessuna discussione. Chi vive a cavallo tra economia e finanza dice invece che speranza, limitatamente al suo àmbito, è espressione che coincide con il nulla cosmico. Chi confida nella politica è per sua natura costretto a propendere almeno per il possibile; e, si ripete, è largamente possibile e quasi certo ed anzi sicuro come l’oro che il protocollo finale della conferenza luganese sarà sottoscritto almeno da coloro che vogliono investirsi del ruolo di “stakeholder”. Ma il progresso si fermerà sulla soglia dell’“entente cordiale” nel dare un sembiante comune alle strategie da seguirsi nel tempo della ricostruzione, e questo ci riporta alla memoria un precedente vissuto buoni 35 anni addietro in firma per “Gazzetta ticinese”: a Berna, “convention” dedicata alla progettazione del domani in Afghanistan, ancora in corso l’occupazione russa ma vi erano fermenti che inducevano a credere nella riconquista – in parole povere: erano arrivate le armi e vi era un supporto militare e girava denaro – che si sarebbe manifestata di lì a non molto. Era da torre di Babele in forma di palestrone, quell’evento in cui – l’avremmo giurato, convinti dagli abbracci e dai messaggi scambiati tra gli interpreti e dalla benevolenza di esponenti di Stati terzi – tutti parevano perfettamente orientati a fissare il futuro con criteri democratici e tali da garantire almeno il ritorno al mondo che William “Bill” Podlich, singolare figura di docente con attitudine da esploratore delle società altrui, aveva descritto ed immortalato in immagini sul finire degli Anni ’60 a Kabul, qui giungendo dall’allora Arizona State college, ed al tempo Kabul era su coefficienti di libertà e di prosperità di poco inferiori a quelli della Beirut che ancora era la Parigi del Vicino oriente.

Si udirono promesse, a Berna; tutto era alleanza e pace e fraternità e vedremo faremo avanti oltre l’ostacolo, e c’era sempre di mezzo il principio secondo cui nessuna goccia dall’Occidente sarebbe stata sprecata, e la modernizzazione nel rispetto delle tradizioni, e quanto quanto quanto i giovani sarebbero stati nuova linfa in un Paese martoriato, e quanto quanto quanto si sarebbe lavorato per riedificare case e per risollevare gli animi, alle zusammen. Applicazione, nota: parvenza di Stato in sovralimentazione contributiva dall’esterno (in 20 anni, un trilione di dollari in spesa dagli Stati Uniti, più apporti dagli alleati) e finito a catafascio tre minuti dopo il ritiro dei contingenti militari statunitensi deputati al “peacekeeping”, e di nuovo con l’imposizione della dittatura da teocrazia tribale talebana in dispregio di ogni diritto del singolo e della collettività.

Leggeremo con interesse, a cose fatte, il testo dell’onirica “Dichiarazione di Lugano”. Per ora, di esso, conosciamo solo la versione reale: da parte di tutti, siamo impotenti e semmai ci stiamo spartendo un compito – ed un beneficio – alle calende greche; da parte della Svizzera, sia o non sia stata smarrita la linea della neutralità (qui a bottega non abbiamo dubbi: sì, fu abbandonata con prova di indecorosa miopia), non siamo nemmeno stati capaci di ritagliarci quello spazio che storicamente consiste con l’offerta dei buoni servigi in campo libero e protetto. Sarebbe cambiato qualcosa, nei quattro mesi trascorsi? Forse no; ma, con l’adesione pedissequa ai dettati brusselliani ed atlantisti (altro paio di maniche è il preferire un modello occidentale – come preferiamo – ad ogni altro modello), ci si è bruciati anche lo strapuntino di futuro prossimo.

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