A premessa e “distinguo”: con Paride Pelli direttore responsabile del “Corriere del Ticino” abbiamo un normale rapporto di rispetto da colleganza, anzi flebile la traccia, visti di persona per l’ultima volta forse sei o sett’anni addietro quando sulla tolda del naviglio di Muzzano era ancora nocchiero Fabio Pontiggia; vale la stima professionale che si spera sia reciproca, poi ciascuno fa il suo colore, chi con una corazzata e chi con una goletta; ciò per far capire – e converrà chi conosca un po’ la storia ed i pregressi del “Giornale del Ticino” e delle sue persone converrà – che in quanto leggerete tra poco non vi è spirito di consorteria, non vi è traccia di ammiccamento, non vi è atteggiamento lobbystico o da conventicola; ed è discorso che vale anche per chi sta alla “Regione”, a “TicinoNews”, a “LiberaTv”, in Rsi e nelle radio del privato. Ma stasera, nell’ascoltare Paride Pelli ospite in colloquio da remoto alla trasmissione “Quarta Repubblica” su “Retequattro”, per un attimo abbiamo provato la tentazione di saltare in auto e di andare davanti al suo ufficio per abbracciarlo e per offrirgli un caffè, o un nocino, o anche la cena qualora egli non avesse ancora mangiato: perché finalmente uno ha fatto, in diretta tv e dettando i tempi delle risposte, quel che ci saremmo aspettati da altri volti e da altre voci che l’avevano preceduto nelle interlocuzioni con la stampa italiana, vogliasi cartacea vogliasi sul “web” vogliasi catodica vogliasi radiofonica. Uno, Paride Pelli che di mestiere fa fondamentalmente il cronista e non il politico, non l’avvocato e men che meno l’“apparatchik”, ha ribaltato d’un colpo l’ordinariamente pessima narrazione che da oltreconfine è stata fatta circa la tragedia di Crans-Montana non per il fatto in sé – che conosciamo – ma per le equazioni imposte e per le deduzioni tratte in ogni dove.
Su due aspetti, in ispecie, è stato affermato quanto era da affermarsi e, all’occorrenza, da ribadirsi. Punto 1: è indecente, e prima di tutto è ingiusta ed irricevibile, l’estensione di pretesa responsabilità della Svizzera in quanto Paese per un fatto – drammatico, catastrofico, sanguinoso: l’abbiamo mai nascosto? – avvenuto in quel posto, a quell’ora, secondo quelle modalità (“grosso modo” le inchieste dei periti dovrebbero convergere sull’acquisito) e con un ventaglio di responsabilità che per larga parte è stato già appurato e che per la quota residua è “in itinere”; sarebbe come dire – interpretiamo, questo non è il resoconto stenografico delle conversazioni – che per un ponte collassato a Genova la colpa ricade sull’intera Penisola. Punto 2: a differenza di quanto opinato a più riprese in varie sedi (e, ancora nella circostanza, da una giornalista in studio), la stampa svizzera ha agito sin dal primo giorno e per tutti i giorni con impegno, con determinazione, con “focus” sull’accertamento della verità fattuale; nessuno sconto è stato fatto a Jacques Moretti ed alla moglie in quanto contitolari del “Le Constellation” andato a fuoco, nessun tappeto rosso è stato steso sotto i piedi delle autorità comunali di Crans-Montana dal sindaco ai municipali ai funzionari addetti, nessuna condiscendenza è stata riservata alla procuratrice generale Béatrice Pilloud ed alla sua squadra di indagine. Anche qui, ciascuno ha portato i mattoni che ha trovato, chi con maggior dovizia di particolari (diceva però il fu Eros Costantini che, quando s’ha a che fare con i morti, il sacco è da riempirsi con la spesa che serve) e chi traendo succo nell’essenzialità. E, fuori dai denti, Paride Pelli ha fatto anche capire che bisogna avere un metro coerente nel riferire di ciò che si sia scoperto; coerente, il che si traduce nel dare solo ciò di cui si abbia certezza, avendo cercato “in proprio” e non appoggiandosi su messaggi precostituiti o su fantasie che nella migliore delle ipotesi sono prodotto di confusione e di incompetenza e, nella peggiore, derivano meramente dalla frenesia del “What if”, dell’azzardo trasferito in sussurro e buttato in pagina, alla peggio si correggerà il tiro nell’edizione di domani, ma poi chissenefrega, no?
Ecco: alla stampa svizzera le cose importano, le procedure importano, il rispetto del lavoro altrui importa. Se ci sono magagne, e qui qualche errore c’è stato nelle comunicazioni pubbliche da fonti preposte (spaventosa per esempio la strategia – se di strategia si può parlare – del sindaco Nicolas Féraud, nel frattempo eclissatosi agli occhi dei “media” o forse fatto eclissare perché a danno sarebbe inevitabilmente stato aggiunto un danno), l’evidenza si coglie e si rappresenta nell’immediato al lettore o all’ascoltatore; se ci sono comportamenti percepiti come dilatori o contraddittori (discutibile in particolare la ritardata consegna di documenti alla magistratura inquirente, raggelanti varie ammissioni tra cui quella sulla mancata esecuzione di controlli periodici al bar-discoteca di rue Centrale 35), persino il frammento di notizia trova eco e risalto almeno proporzionale al valore della notizia medesima. All’indignazione strumentale di quanti credono di poter sovrapporre proprie leggi e propri criteri alle leggi ed ai criteri che qui vigono, in tutta sincerità, non si ha motivo di dar séguito, semplicemente perché tali pretese sono inconsistenti; e non sarà lo strepitio di un indignato speciale appollaiatosi sulla sedia con espressione da nobile in perenne corruccio a far spostare la linea di condotta. Poi, per carità, è vero: in Svizzera non si trasmette in diretta il funerale piazzando un microfono sotto il naso della cugina del defunto, in Svizzera non si pedina il vicino di casa del ragazzo finito in ospedale per raccogliere dichiarazioni sul genere del “Non lo conosco, ma mi hanno detto che è una persona solare, buona con tutti, studente eccezionale, promessa del calcio”, ed altro. Morta o ferita o ustionata o anche soltanto contusa che sia, la persona ha diritto al rispetto. Quello che abbiamo rilevato – ci preme il sottolinearlo, ci preme il rendere un giusto merito sceverando il grano dal loglio – in alcuni colleghi saliti dall’Italia in Vallese e, a contrasto con qualche lavativo e con i molti approssimativi, dimostratisi professionali sino al midollo: uno era sul campo anche stasera, durante la trasmissione, e si chiama Angelo Macchiavello.
Finiamola qui, benché sul difendere la Svizzera dall’ostentato raccapriccio altrui la domanda di fondo resti, in reiterazione dunque – semmai, con lieve modifica – di quanto qui già scritto giorni addietro: perché c’è voluto un Paride Pelli per rimettere il campanile al centro del villaggio, e si spera (ma non ci crediamo) che le sue parole siano destinate a propagarsi da trasmissione a trasmissione? Dove sono gli altri che da qui, con almeno pari solidità nelle argomentazioni e poi secondo estro proprio e con linguaggio commisurato al proprio ruolo, avrebbero dovuto stroncare sul nascere gli errori di interpretazione, le dicerie e le generalizzazioni buone per un titolo effimero e per il “Kaffeeklatsch” sempiterno? Nell’immagine, a sinistra Nicola Porro conduttore di “Quarta Repubblica”, a destra Paride Pelli.



