Anche – si sottolinea: anche – sulla scorta dell’odierna serata televisiva su “Retequattro”, transitando sul catodo il programma “Dritto e rovescio” condotto da Paolo Del Debbio ed essendo al centro dell’attenzione la tragedia di Crans-Montana, è possibile trarre alcune considerazioni. Che proponiamo, senza pretesa di esaurienza.
Punto primo. Si conferma il fatto che i giornalisti italiani, in materia di Svizzera, nel 99.8 per cento dei casi sono semplicemente ignoranti, con ripartizione tra ignoranti coscienti di ciò (pochi) ed ignoranti che condiscono l’ignoranza con la stupidità e con la prosopopea (molti). Non conoscono le leggi elvetiche, non conoscono le procedure elvetiche, non conoscono i metodi elvetici, non conoscono le gerarchie istituzionali elvetiche, non conoscono le ripartizioni linguistiche elvetiche, non conoscono la geografia elvetica, non conoscono la storia elvetica, non conoscono le culture elvetiche; ma parlano, discettano ed impongono propri codici e propri criteri ad una realtà territoriale, ai suoi cittadini, ai suoi abitanti.
Punto secondo. Si conferma il fatto che evidenze incontestabili sono negate e che ad esse sono spesso sovrapposti gli atteggiamenti ideologici. Si conferma il fatto che taluni si fanno forti della riaffermazione di notizie false, già pubblicate e poi smentite da evidenze vogliasi per normale lavoro di accertamento in sede di inchiesta giudiziaria vogliasi per ordinaria attività di approfondimento in sede di inchiesta giornalistica, in ciò non trovando immediata correzione da parte di chi la trasmissione sta gestendo.
Punto terzo. Si conferma il fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, non è garantito l’equilibrio tra gli interlocutori, né per tempi di intervento né per occasioni di intervento né per trattazione degli argomenti. Si conferma il fatto che, sempre con rare eccezioni, l’azione è convergente ed aggressiva e monodirezionale.
Punto quarto. Si conferma il fatto che ogni interlocutore elvetico (a “Retequattro” era questa volta in collegamento Filippo Lombardi, già per plurime legislature membro del Consiglio degli Stati ed odierno municipale di Lugano) è regolarmente posto sotto processo qualora non aderisca acriticamente alle tesi dei compresenti. Si conferma il fatto che ogni dichiarazione prelevata da terzi (a “Retequattro” sono stati riportati due spezzoni acquisiti da altro canale; volti e voci dei consiglieri nazionali Alex Farinelli e Piero Marchesi) diventa oggetto di critica senza che agli autori di tali interventi sia data facoltà di contraddittorio. Si conferma il fatto che l’interlocutore elvetico è puntualmente danneggiato in quanto sì presente, ma da remoto, con chiaro svantaggio rispetto a coloro che si trovano in studio. Si conferma il fatto che l’interlocutore elvetico, qualora risponda o replichi pretendendo che sia ristabilita la verità sui numeri o sulle circostanze o sulle ricostruzioni, è zittito, ridicolizzato, sommerso dalle parole altrui, nella migliore delle ipotesi trattato con la condiscendenza che si riserva al noioso cagnolino del vicino di casa.
Punto quinto. Si conferma il fatto che, nei salotti televisivi, diventa impossibile il distinguere un giornalista da un’opinionista che fino all’altr’ieri faceva il facchino senza avere nemmeno studiato quanto servirebbe per diventare facchino o da un’estetista abusiva riverniciatasi da “maîtresse à penser” quando come “maîtresse” in senso stretto ella avrebbe miglior successo professionale.
Punto sesto. Si conferma il fatto che, nel momento in cui si accetta di prendere parte a simili trasmissioni, è da darsi come acquisita la carenza di intelligenza e di competenza in buona parte degli altri soggetti.
Punto settimo. Si conferma il fatto, e dicendosi “si conferma” ribadiamo solo un concetto enunciato giorni addietro in altri editoriali, che è suicidario l’entrare in una trasmissione televisiva senza avere avuto eque garanzie di equi spazi e di equi interventi. Si conferma cioè che, senza garanzie messe nero su bianco, s’ha da essere semplici come colombe e prudenti come serpenti (Matteo 10, 16).
Punto ottavo. Si conferma il fatto che, qualora si sia trattati a pesci in faccia e senza rispetto e con crasse e ripetute violazioni della verità e senza ottenere lo spazio per cancellare l’altrui errore (impossibile, per contro, il cancellare l’altrui ignoranza e l’altrui imbecillità), bisogna compiere un atto chiaro e netto: cinque parole secche e crude, indi alzarsi salutando il pubblico ma non chi ti abbia offeso.
Conclusione. Qui facciamo un giornale, così come giornali – e radio, e tv, e quotidiani e settimanali e periodici d’altro genere ed imperiodici; è un modo per dire che ascoltiamo tutti ma non prendiamo lezioni da nessuno, tantomeno dagli avventizi blateranti – abbiamo fatto per decenni e decenni sott’altre bandiere; sarebbe da sciocchi e da autolesionisti se raccomandassimo di evitare il confronto con la stampa, già abbastanza maltrattata da chi – anche in Ticino, anche nella politica ticinese, anche nelle istituzioni – considera i “media” come un fastidioso inconveniente o come un autobus su cui salire senza pagare il biglietto. Ma comprendiamo con totale chiarezza il senso di quanto annunciato oggi da Fiorenzo Dadò, in ruolo di massimo esponente cantonale dei neocentristi giàp: non è ammissibile l’indecente strumentalizzazione del dolore di quanti nel dramma di Crans-Montana sono stati coinvolti, ergo non è il caso di prestarsi ad un certo modo di intendere l’informazione, ergo “nessun politico del Centro parteciperà a trasmissioni televisive italiane sulla tragedia”, et cetera. Comprendiamo, si ripete; di più, del pensiero di Fiorenzo Dadò si sottoscrivono le due chiose. Una: a fare informazione in quel modo si alimentano “ostilità ingiustificate” tra Svizzera ed Italia. Due: certe trasmissioni “sono più che altro finalizzate a fomentare in modo irresponsabile un odio ingiustificato” contro la Svizzera come nazione. Odio, solo odio, vergognosamente odio.



