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Hockey Nl / “Play-off”: tre sberle in 12 minuti, Lugano affonda sullo 0-2

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Che tutto, diciamo, proprio tutto debba finire così? Che già stasera, perdendo in casa (e in questo modo), il Lugano abbia inteso manifestare un’intenzione a mollare, a chiuderla, a considerarsi ad ogni modo promosso ed assolto da ogni altra incombenza in forza dell’aver conquistato l’accesso al “play-off” dell’hockey di massima serie, sicché sarebbe un “di più” quanto di buono sarebbe venuto? O proprio bisogna riconoscere che lo scarto di 23 lunghezze al termine della stagione regolare (79 punti contro 102 ossia una media di 1.519 punti contro 1.962 per incontro), insieme con differenze-reti dalla ben diversa ampiezza (“più 11” per i bianconeri, più “51” per gli avversari), era cinica testimone di un destino ineluttabile, sicché alle semifinali approderà il FriborgoGottéron e magari già venerdì l’ultima ticinese in lizza potrà considerarsi in vacanza? Ce lo si dica; eviteremo di illuderci, ci rallegreremo del poco; siamo poi gente di facile contentatura, a queste latitudini, in un’annata magriccia quanto a soddisfazioni. Stiamo al presente, un presente prefigurato nel preambolotto, per dire che all’apparir del vero il Lugano si è squagliato, stasera, non meno e non più di quanto si fosse liquefatto sabato in landa burgunda: 2-6 al primo giro, 1-4 (ma tanto l’“uno” quanto il “quattro” sono eccipienti) al secondo, in una serie al meglio delle sette partite e che – al pari dell’altra concomitante; gli Zsc Lions si trovano a doppio vantaggio sul BielBienne, 3-1 esterno dopo il 4-3 interno – è in odore di “sweep”.

Qualcuno dirà che migliore è stato l’approccio, rispetto alla prima partita, e che le cose sarebbero “girate” su altro percorso se, per esempio, i dischi scagliati da Calvin Thürkauf al 3.45 e da Mark Arcobello sul finire del primo periodo non fossero solo andati a scheggiare i soliti pali; si risponde che a) analoghe lamentele sarebbero autorizzati a muovere Chris DiDomenico e Jacob De La Rose, anch’essi fermati da montanti e traverse, e che b) con i ferri si fanno maglie e bistecche ma non risultati in pista. Piuttosto, far conto della sequenza mortifera nella frazione centrale: friborghesi a bersaglio in superiorità numerica (23.32, Lukas Wallmark), ad organici equipollenti (30.58, Sandro Schmid) ed in “shorthanded” (35.19, ancora Sandro Schmid; sei reti in tutta la prima fase ma due in quattro minuti e briciole contro il Lugano, via, siamo a questo. Poco conta il fatto che la prima rete sia venuta per deviazione con una gamba su disco tremolante piombato davanti alla gabbia di Mikko Koskinen e che la seconda sia nata da un’ingenuità altrui in impostazione: sono due timbri a fuoco, e che come tali bruciano).

Sullo 0-3, con alterne fortune nelle isolate avventure offensive, si arriverà agli ultimi tre giri di lancette: fuori il portiere al 57.21, pochi sembrano crederci; un aiutino arriva da Samuel Walser che va sulla panca-puniti a 58 secondi dalla sirena e quindi gli uomini di Luca Gianinazzi si ritrovano a sei-contro-quattro per aggiungere un pezzettino di sintassi, e difatti Michael Joly segna; sì, al 59.42, cioccolatino sul piattino dopo caffè amaro come il fiele. In 18 secondi non può più avvenire nulla, pensa l’ingenuo; ed invece disco in mezzo, ingaggio, Raphael Diaz tocca, Nathan Marchon spara e si mette addosso un trofeo personale in più. 1-4 il punteggio, 0-2 il ciclo, un enorme punto interrogativo davanti agli occhi.