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Hockey donne / Ladies Lugano, giù il sipario. Di nuovo, e per sempre

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Stavolta è finita, finita per davvero: 35 anni dell’hockey femminile a Lugano passa agli archivi come neve di ieri, giù il sipario e saluti a quanti ci hanno creduto e, pur nel disastro dell’ultima stagione agonistica, speravano che dallo scivolamento dalla massima serie alla cadetteria – fatto mai accaduto nella storia del “club” sotto le varie denominazioni, peraltro – sarebbe stato trovato nuovo impulso per ricominciare, per ricostruire, per conferire sostanza a progetti riconfigurati sul nucleo delle giovani viste all’opera e con l’apporto, magari, di un paio di veterane rimaste fedeli alla causa. Niente più Ladies Lugano, o Lugano Ladies, o LadiesTeam Lugano, ed ora viene da credere che il “Per sempre” sia un “Per sempre” sul serio; accento assai più marcato, per capirci, rispetto a quello percepito a primavera dello scorso anno, quando era stato dato un altro “stop”, ma da differente dirigenza; via “Facebook”, oggi, l’annuncio della “chiusura” dell’associazione sportiva. E perché? Perché sussisterebbero “difficoltà finanziarie insormontabili”: così in una nota diffusa a parte della stampa (non a tutta, per quel che ci risulta; è magari la riprova del fatto che qualcuno se l’è presa per le critiche nel corso del campionato ultimo scorso, ed anche per l’avvenuta pubblicazione dei retroscena sulla crisi societaria ad inizio stagione 2023-2024). Ergo: sbaraccare.

Di quale sarà il destino delle giocatrici, tra cui non poche ticinesi e non poche assimilate nel rispetto delle norme di tesseramento, non si sa; non si sapeva, del resto, nemmeno a primavera dello scorso anno, quando fu messo nero su banco che l’avventura era giunta al capolinea e che quindi era da considerarsi finita l’esperienza condotta da quel settembre 1989 in cui Odette Poretti, Angela Gygax e Christine Alberti si inventarono una squadra, portandola ad allenarsi un po’ qui ed un po’ là, primo perno – per ragioni logistiche – il “PalAlbani” di Varese dove il femminile era già in valido sviluppo, gruppo di indigene più il contributo qualitativo di agoniste come Susan Staffier in Mastrullo, moglie dell’italo americano Mike Mastrullo nazionale azzurro ed ella stessa ottima hockeysta a livello di “college”. Andavano anche a Zugo, quelle ragazze da Lugano, per allenarsi; in una diecina bussarono alla porta di Geo Mantegazza, l’anno dopo, e se vogliamo trovare una data precisa possiamo pensare a quel martedì 22 maggio 1990 in cui la sezione femminile fu in qualche modo costituita, trovando poi la spinta propulsiva – e gestionale – nei familiari di Patricia Luisoli, da poco aggregatasi alla squadra. Non stiamo a farla lunga; da quel tempo, con rarissimi passaggi a vuoto, la storia delle bianconere – bianconere anche dopo l’uscita dall’alveo dell’Hockey club Lugano – ci ha inondato di successi e di trionfi, in Svizzera ed in àmbito europeo, formidabili i nomi di varie straniere giunte sulle rive del Ceresio, ma che dire di monumenti come Iris Müller e Nicole Bullo e Romy Eggimann? Via: c’è tutt’un mondo, in quelle vicende sportive ed umane.

Dell’ultima ripartenza, fondata sulla ripresa dei diritti cioè su un passaggio di mano del loro titolo sportivo, si dovette purtroppo scrivere più per cronache giudiziarie che per fatti da pista; in un modo o nell’altro, benché rimasto privo dell’autoproclamatosi “patron” e salvatore e finanziatore e benché alle prese con chiari di luna non degni di una squadra di donne che rubano tempo alla propria quotidianità pur di stare sul ghiaccio ad alto livello competitivo, il gruppo è riuscito ad andare avanti sino alla disputa del torneo contro la retrocessione, sfida invero affrontata a forze ridotte all’osso sia per l’organico in sé sia per la necessaria defezione delle straniere. Persino l’arma del “crowdfunding”, quale estrema risorsa per l’autofinanziamento, negli ultimi due mesi della stagione; esiziali le sconfitte con il Langenthal, squadra dunque relegata all’ultimo posto, salvezza che sarebbe passata dal giogo del “barrage” contro lo strapotente Zugo in arrivo – imbattuto – dalla Wlb, Lì la rinuncia e, di fatto, l’autoretrocessione. Non solo autoretrocessione, come abbiamo a questo punto capito; era la premessa allo scioglimento, tutto ridotto a cenere in un Ticino che già soffre su ogni forma di hockey maschile al di fuori delle due “big” e che nel femminile, avendo perso nel 2013 le Leonesse Chiasso a lungo meritevoli di rispetto in cadetteria (come dimenticare i numeri di atlete come Jessica Naretto e Michela Cristinelli e, toh, Denise Gosetto tuttora in maglia Varese nell’Italian hockey league women?), in chiave agonistica si riduce ora alle due compagini delle AmbrìGirls, l’una giunta quest’anno alle semifinali del “play-off” in Women’s league (massima serie) e l’altra finita ultima in Wlc.

Perché tanto si dice, certo, dell’importanza di promuovere lo sport senza discriminazione di genere; a discriminare, nel senso letterale del termine, giunge poi altro.