Home POLITICA Follow the goat / Braccini corti e «Faccio tutto su “Facebook”»

Follow the goat / Braccini corti e «Faccio tutto su “Facebook”»

Racconta, uno che si occupa dell’acquisizione di clienti pubblicitari (s’usava ad un tempo dire “venditore di spazi”; ma ora la consulenza è parte integrante delle campagne), che mai come quest’anno si è sentito rispondere “No” alle proposte rivolte a candidati dell’una e dell’altra e dell’altra parte ancora. Dice che “preferiscono fare uso delle piattaforme sociali”, e che è un anno in cui i “santini” non hanno fatto la felicità delle tipografie, e che anche i “gadget” sembrano aver perso attrattività; e, alle somme, aggiunge che tanti – troppi, a suo avviso – si trovano a pretendere, pretendere, pretendere ma mostrando il braccino corto o cortissimo, e magari dopo ragionamenti protrattisi per settimane arrivano a rispondere picche perché, “in fondo, a me basta pubblicare su “Facebook” e farmi notare così, chi vuole sa dove trovarmi”.

Appunto: ma chi vuole venire a cercarti? Qualcuno che già ti conosce (“Toh, corre anche il Giovanni”), qualcuno cui sei stato indicato, qualcuno che si è incuriosito trovando in lizza il tizio che porta il suo stesso cognome. Il tempo per la lettura di un programma elettorale “individuale”, a meno che esso sia stringato a punti pochi e realizzabili, non c’è nemmeno; e, anche se ci fosse, voglia zero di prodursi nell’esegesi di un testo, nel confronto a domanda e risposta, nel commento ad una pagina “web” personale (a proposito: date un’occhiata, troverete su InterNet interi cimiteri di profili attrezzati per campagne elettorali di quattro o persino di otto anni addietro, e mai più aggiornati dopo quella scadenza elettorale nonostante il candidato avesse promesso sul suo onore che da lì sarebbe stato mantenuto un contatto costante con gli elettori, et cetera). Questa mezza e fallace sicurezza viene offerta da “Facebook”: scrivi quel che ti pare, gli amici e gli amici degli amici metteranno un “Mi piace” ed un incoraggiamento sul genere del “Vai avanti così”, e passata la festa sarà gabbato lo santo. Comunicazione da “una botta e via”, questa la verità. La realtà delle cose si esprimerà invece in pochi e chiari termini. Primo: arduo è lo spostare un voto al di fuori dell’area politica cui l’elettore ha sempre fatto riferimento (storicamente parlandosi, a sparare con efficacia l’ultimo colpo in Ticino fu la Lega nata dalla costola del “Mattino della domenica” a sua volta diventato sede settimanale del congresso del movimento, come sosteneva il Nano); a livello individuale, poi, non è che ogni volta si trovi dietro all’angolo un Jacques Ducry, che da indipendente rifilò una dozzina di lunghezze (leggasi in “k” consensi) al primo inseguitore. Secondo: i voti si contano e si pesano poi nella sede istituzionale, e da qui la scelta di qualche transfuga che, pur avendo certezza di rielezione anche nella modalità dell’“Alleingang” (lista propria dopo essere fuoriuscito da formazione politica organizzata), preferisce aderire ad altra identità partitica confidando in un successivo approdo all’interno delle commissioni granconsiliari. Terzo: vale sempre il fattore “C”, di cui si ebbe comprova ad un’elezione per il Nazionale allorché due esponenti politici di area pipidina giunsero alla pari nei preferenziali, e ci volle un sorteggio la cui sceneggiatura è ancora ben ricordata. Quarto: se mai si dovrebbe credere alle promesse del candidato, in pari misura il candidato non dovrebbe credere alle promesse del “Tranquillo, io ti voto”. Quinto: una cosa è il saper rompere gli schemi, un’altra è il saper ricostruire uno schema (migliore) dopo aver spezzato quello esistente.

Servirebbe un finalino moraleggiante, a questo punto. Ma non c’è: a parte l’invito a sostenere la creatività e l’inventività, ed il coraggio di quelli che sono cittadini tra i cittadini, zero “allure” e tanta umiltà. Chissà che da loro venga il “nuovo”, chissà.

Alessandro “Bubi” Berta, candidato numero 60 al Gran Consiglio

lista Udc numero 16