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Football americano / Patriots mai in corsa, ai Seahawks il “SuperBowl”

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Non è stata una partita: è stato un massacro aggravato dalla lentezza nel dissezionamento del cadavere ambulante altrui. Leggerete il risultato, 29-13 nel senso che i 29 stanno in quota ai Seattle Seahawks ed i 13 appartengono ai New England Patriots, e penserete: beh, in questo “SuperBowl” numero 60 a Santa Clara, la notte scorsa, qualcosa ha fatto anche chi ha perso. Vi diremo: no. Perché quei 13 punti sono stati materia friabile, impalpabile, in grado di illudere solo qualche tifoso e di far felice qualche scommettitore che aveva puntato sul successo dei favoriti e su una somma-punteggi dal 35 in su, combinazione utile per ricavare il triplo della posta; cosa non data, e nemmeno prevedibile, ancora al termine del terzo periodo, sul 12-0 frutto di quattro field-goal piazzati lodevolmente (uno nella prima frazione, due nella seconda, uno nella terza) da Jason Myers che quel mestiere fa da sempre avendo potuto e dovuto scegliere, una volta uscito dalla scuola superiore nella cattolicissima Mater Dei di Chula Vista, tra calcio e football americano e con lo sferoide prolato avendo fatto buone cose alla Marist University. Seattle sul 19-0 con il primo touchdown dell’incontro solo sull’ingresso nell’ultima frazione, a segno Albert Javonte Barner più punto addizionale, e solo a quel momento i bostoniani hanno capito di dover almeno fare qualcosa per evitare di passare alla storia quali primi da sempre a rimanere ai piedi della scala senza nemmeno aver tentato di salire un gradino. Dunque, risposta di Mack Hollins in ricezione da 35 yarde e trasformazione di piede, 19-7; pallone recuperato su infruttuoso “drive” degli avversari; ad otto minuti e 37 secondi dalla fine, intercetto subito dal quarterback Drake Maye, Seattle a concludere il percorso con un altro field-goal (a proposito, il cinque su cinque del citato Jason Myers diventa “record” per una finale) e 22-7. Sigillo effettivo a quattro minuti e 27 secondi dal congedo: difensore in deflessione sul quarterback opposto, palla “sporcata”, compagno che ghermisce – si chiama Uchenna Nwosu, questo soggetto – e s’invola, per i solocalciofili è come dire un contropiede a campo libero sino alla gloria.

Da altre parti troverete di sicuro il “play-by-play” del confronto che confronto non è stato ed i ragguagli sui frammenti restanti del tabellino. Credeteci: contano poco o nulla, già sul 9-0 all’intervallo si era compresa l’unidirezionalità dell’incontro, e questo benché tale scarto sia di norma considerato come un’inezia. Gli è che, proprio per stare ai minimi, la difesa dei Seahawks nulla stava concedendo – e di fatto nulla avrebbe concesso da lì in poi – sulle corse e sui lanci, avendo messo sotto striglia il probabilmente talentuoso e sicuramente acerbo Drake Maye chiamato al ruolo di regista dei New England Patriots ovvero nel ruolo che fu di Tom Brady, non proprio un illustre ignoto (vinte sette finali, sei con questa franchigia ed una con i Tampa Bay Buccaneers): emblematico il “fumble” (palla persa sotto forzatura) a 10 secondi dalla fine della terza frazione, emblematiche le evidenze personali a quel momento (sette passaggi completati su 16 tentativi, sole 56 yarde totalizzate; quasi meglio la prova personale come portatore di palla “in proprio”). Sul fronte opposto e con pari ruolo, invece, un normale quarterback che risponde al nome di Sam Darnold, tizio che da terzo assoluto tra le scelte alla “draft” Nfl del 2018 era precipitato nel grigiore dei ruoli da riserva tra New York Jets e Carolina Panthers, trovando uno sprazzo con i Minnesota Vikings ed infine approdando a Seattle, sì, ma da “free agent”; maturazione tardiva per il mondo dei “pro”, sostiene qualcuno, fors’anche contribuendo gli infortuni che non consentono di garantire e di garantirsi continuità nel rendimento; sta di fatto che, da convalescente, il californiano aveva firmato due capolavori nei turni precedenti del “play-off” e l’ultimo ha disegnato stavolta, mai scomponendosi, mai irritandosi, mai preoccupandosi dei benefici individuali (al punto da rinunciare scientemente a quel paio di numeri che gli avrebbero regalato il titolo di Mvp della partita; il riconoscimento è invece andato al runningback Kenneth Walker III, percussore da 135 yarde con 27 portate) ed invece offrendo al collettivo una marcia a basso regime ma costante. Nel football come nelle cause di divorzio, ciò ha il potere di snervare gli avversari; e si consideri il fatto che la difesa dei New England Patriots, per buoni 45 minuti sui 60 regolamentari, aveva coperto tutto quel che era copribile, dal che i citati quattro field-goal utilizzati come strumenti per mettere punti sul tabellone.

Fra qualche anno, chi il “SuperBowl” numero 60 non abbia visto nemmeno per i riflessi delle fasi salienti vorrà affidarsi ai riscontri numerici, e rileverà che Sam Darnold si è fermato ad un modesto 19 su 38 (passaggi completati su passaggi tentati) per 202 yarde più un touchdown, “rating” 74.7 punti, mentre Drake Maye ha chiuso con un 27 su 43 per 295 yarde più due touchdown, “rating” 79.1 punti. Quanto possono indurre in errore, le statistiche, a volte.