Da qualche tempo erano venute meno le sue “e-mail” dai contenuti tumultuosi ed affettuosi, informative sì ma condite del sale della vita e sempre tali da trovare accoglienza sicché mai si poteva – né si sarebbe voluto – negare un pezzullo in pagina, a lui in quanto persona e di bel nuovo a lui per quel che egli faceva in funzione del prossimo. Aveva tagliato il nastro degli 81 anni a metà del novembre scorso, Casimiro Piazza, della cui scomparsa avvenuta ieri – fa male il dover dare notizia: perché potremmo parlare dell’artista dalla canonica poliedricità (sculture e dipinti, almeno 300 tra mostre personali e collettive, almeno 3’000 lavori realizzati, ed erano sue cifre ma senza alcuno spirito di autocelebrazione); perché potremmo ricordare la genesi artistica da bottega, quando ancora l’apprendista imparava da uno che gli desse la possibilità di apprendere, e ciò egli fece nello stanzone di Bernardo Giacomazzi, ragazzino innamorato dei colori e dello sperimentare colpi di scalpello alternati a spazzolate di pennello nel tempo che gli era dato dalle incombenze del lavoro; ma più di tutto s’ha da raccontare dell’ultimo quarto di secolo di un’esistenza ben spesa perché tesa a rendere prossima ogni persona anche non prossima. Il modo era dato dall’arte stessa, dalla pratica dell’arte, dall’insegnamento dell’arte; il luogo, un “atelier” a Villa Luganese, ora quartiere di Lugano; e lì dentro tanti e tanti allievi, ma non allievi comuni. Ad altri, infatti, Casimiro Piazza lasciava il compito di essere maestri accademici, ritagliando invece per sé il ruolo di accompagnatore all’arte per i divabili così come per gli studenti delle scuole speciali.
Un “Sinite parvulos ad me venire” d’impronta evangelica, insomma, interpretato tuttavia da laico che credeva nell’uomo, nella scienza, nella cultura, nella dimensione del rapporto quotidiano e diuturno. Non per gli “spot” da tv, non per la facile pubblicità e nemmeno per ottenere gratificazioni parlava Casimiro Piazza; la sua scuola sulla Strada cantonale, frutto di un pensiero subsidente e dal quale egli era stato avvolto già in giovane età, aveva ragion d’essere nell’osmosi tra docente e discente, sicché “da loro – intendendosi i ragazzi suoi ospiti per i corsi e per le attività, ndr – ricevo assai di più rispetto a quel che io do e trasmetto”. Virtuoso anche il ciclo di vita delle opere, i proventi delle cui vendite andavano di nuovo ad alimentare la scuola e, non di rado, terzi in situazione di bisogno. Per espressa volontà dell’estinto, il corpo è stato lasciato alla scienza.






















































































