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Bastardi inside / Quando un premio ha in sé il seme del fallimento futuro

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A Mario Draghi, burosauro cui si deve una larga fetta della sciagura sotto denominazione “euro”, è stato attribuito oggi il “Premio Carlo Magno” che da tre quarti di secolo a questa parte dovrebbe incoronare gli alfieri dell’integrazione e del successo del Vecchio Continente. Qualche idea circa il livello di credibilità dell’operazione dovrebbe dare il fatto – e stiamo solo alla cronaca dei tempi recenti – che tale riconoscimento andò nel 2019 al portoghese António Manuel de Oliveira Guterres segretario generale dell’Onu, nel 2023 all’ucraino Volodymyr Zelenskyi su cui la Storia dirà presto una parola e nel 2025 alla germanica Ursula Gertrud Albrecht in von der Leyen presidente della Commissione europea. Ad ogni modo, e per buona misura: il “Premio Carlo Magno” si fonda sull’assunto secondo cui l’imperatore Carlo Magno – un sincero democratico che, premortogli il fratello Carlomanno con cui si era trovato in un primo tempo a condividere il potere, non esitò a sbarazzarsi dei due nipoti facendoli recludere in altrettanti monasteri così come aveva fatto con il suo primogenito Pipino detto “il Gobbo” – fu primo fra tutti a teorizzare l’Europa unita. Talmente unita da spezzarsi in tronconi alla morte di Ludovico detto “il Pio”, erede di Carlo Magno, dicasi nel giro di mezzo secolo tutto compreso: se tanto ci dà tanto, per quanto riguarda l’Unione europea ci siamo quasi, con i tempi…