Esiste in Svizzera, e lo si apprende da una richiesta formulata nelle scorse ore alla Sefri (è la “Segreteria di Stato per la formazione, per la ricerca e per l’innovazione”), un sedicente “Collettivo per la libertà accademica, per la democrazia e per la solidarietà” forte di almeno 250 sostenitori, se è vero che almeno 250 sono le firme in calce alla lettera con cui è stata pretesa la rescissione di un accordo accademico in essere tra “Fondo nazionale svizzero” ed “Israel science foundation” ed è inoltre vigorosamente auspicata la rivalutazione di una serie di progetti condivisi. All’origine dell’atto – sulla cui legittimità sono da porsi non pochi interrogativi, ché il nome di ciascun docente è associato ad un’università o ad un istituto e tale identità, per il ruolo assunto, risulta rappresentata – le ormai viete critiche a Benjamin Netanyahu capo del Governo dello Stato di Israele ed alla sua politica definita “genocida” (concetto che, se espresso da gente che dovrebbe proporre agli studenti ed ai colleghi un modello di equità e di correttezza nell’insegnamento, costituisce solo prova di atteggiamento ideologico). Si potrebbe obiettare che la scienza ha bisogno di spazio e non di vincoli, et cetera; ma non questo è il problema. Semmai, a ciascuno tra i 250 e più firmatari si pone un quesito: rifiutereste un medicamento prodotto e sviluppato in Israele grazie ad un qualsivoglia apporto venuto dalla “Israel science foundation”, se da tale farmaco dipendesse la vostra vita? Nel caso rispondiate “sì”, vi si loda sin da ora per la coerenza, preparandoci nel frattempo a prendere parte alle vostre esequie.





















































































