Alla tragedia, due risposte: da una parte, quella dei soccorritori, che dalle prime ore della notte di Capodanno si sono prodigati senza sosta – ieri si diedero qui (https://ilgiornaledelticino.ch/apocalisse-a-crans-montana-rogo-in-un-bar-morti-a-decine) le cifre delle forze impegnate sul campo – e che da stamane, ultimati gli interventi di prima emergenza con raccolta delle vittime e dei feriti, sono passati alla “fase due”, parte sul posto e gran parte nelle sedi nosocomiali deputate; dall’altra, quella dei cittadini, dei residenti, della gente comune che si è messa a disposizione, per quanto nelle sue possibilità. “Facebook” ed i mezzi locali di comunicazione gli strumenti che testimoniano una volontà di adesione al reale: insieme con le preghiere e con i pensieri, la mano tesa soprattutto a quanti hanno appreso essere stati ricoverati una figlia, una sorella, un figlio, un fratello, un parente o più parenti. I messaggi, semplici, lineari, diretti e tuttavia densi di umana compartecipazione. Scrive Yolanda Gheza: “Abito a Bex; se avete un familiare ricoverato all’ospedale di Rennaz, volentieri metto a disposizione una camera con due letti come punto di appoggio, parlo anche italiano”; scrive un Anonimo che riserva i contatti in forma privata: “Ho casa a mezz’ora – 20 chilometri di strada – dal Chuv di Losanna, con tutto il cuore aiuto ed ospito i parenti delle persone coinvolte nell’incendio di Crans-Montana”. Due esempi valgano per tutti; valgano, contino così come contano le offerte di sostegno sussidiario da parte di medici, psicologi, sacerdoti. Pesano poi, e transitano in particolare via “instagram”, gli appelli a chi di sé non ha dato notizia e che probabilmente non ha accanto – si spera sempre nel meglio, già da stamane stiamo facendo i conti con la reificazione della tragedia, trasformandosi il “numero” delle vittime in nomi e volti delle vittime – chi possa farne le veci per rassicurare o almeno per informare i parenti di coloro che si trovavano al “Constel” o nella zona: “Stiamo cercando A.B., (riportiamo le sole iniziali, ndr), ha 16 anni, chi l’abbia visto dopo le ore 1.30 ci faccia sapere con estrema urgenza… Con lui c’erano altri tre ragazzi, anche di loro non sappiamo nulla”. Lungo l’elenco, lungo ed in replica, lungo e con i toni di una “Spoon river” anticipata.
“Cercare”, a Crans-Montana, è del resto il verbo che più ricorre: cercare notizie, cercare rassicurazioni, cercare uomini e donne e adolescenti, cercare contatti, cercare testimonianze. Cercare anche chi, nell’immediatezza della tragedia, ha documentato con foto e filmati; cercare, soprattutto, chi in quegli attimi non ha esitato a spendersi in prima persona pur non essendo chiamato a ciò; uno degli eroi per caso è Paolo Campolo, 55enne analista finanziario italosvizzero che abita a qualche decina di metri dal luogo del dramma e che si è lanciato a salvamento delle persone intrappolate, trascinandone all’esterno una ventina – ma l’atto sarebbe stato degno di menzione anche nel caso d’un solo soccorso riuscito – e subendo a sua volta un’intossicazione in ragione della quale è stato ricoverato a Sion. “Cercare” è anche l’indirizzo della verità: una traccia di certezza circa l’origine del rogo e circa la sua propagazione è stata ottenuta; da stabilirsi altro, per il contesto, per le dinamiche. Non giova la sparizione improvvisa – e non casuale – delle pagine “Facebook” e di altri “media” sociali su cui era pubblicizzata la vita diurna e notturna del locale, certo; men che mai aiuta l’atteggiamento di chi ha colto l’occasione per scaricare livore e disprezzo sulla Svizzera. In ciò, duole il dirlo, non pochi tra i colleghi italiani che vanno per la maggiore e non pochi tra i loro sguaiatissimi opinionisti un tanto il chilo: “Questi svizzeri con la loro aria di superiorità”, “Questi svizzeri che hanno un sistema peggiore del nostro perché il loro è molto improntato sull’assicurazione/risarcimento e non sulla prevenzione come (succede con) le nostre Aziende sanitarie locali”, “Questi svizzeri sempre perfettini”, “Si pensa sempre alla Svizzera come un luogo sicuro, ed invece le “cose” succedono anche da loro”, “Questi svizzeri che dovranno cambiare gli “standard” della sicurezza”, “Questi svizzeri che anche durante la conferenza-stampa si sono autocelebrati e complimentati a vicenda”, ed ancora gli apodittici “Dove erano gli estintori? Dove erano le vie di fuga? Dove erano le autorizzazioni? Da noi ci sono precisi obblighi di legge”; il tutto visto ed udito in programmi televisivi da reti nazionali italiane, purtroppo nell’assenza di contestuale replica da parte degli interlocutori in collegamento.
E cioè: evitandosi di trascendere in repliche fuori tono, magari con il ricordo di vicende da cui la Penisola è stata funestata e lì con gravissimo concorso delle autorità (Vajoint, Rigopiano, viadotto “Morandi” a Genova, quella discoteca a Corinaldo sopra Ancona, funivia del Mottarone: si va a rapida memoria), sarebbe bastato il dire che le regole, sul territorio della Confederazione elvetica, sono stringenti e sistematicamente adeguate anche – sì, anche – sulla scorta di drammatiche esperienze; sarebbe bastato il richiamo a leggi, ordinanze, dispositivi di applicazione e provvedimenti specifici; sarebbe bastato il ricordare che, in uno Stato di diritto, la responsabilità è individuale e pertanto si aspetta di sapere quali azioni fossero state poste in essere dai due cittadini francesi titolari del “Constel” e quali comportamenti siano eventualmente imputabili vuoi agli organizzatori del “party” vuoi ai partecipanti; sarebbe bastato il dire che, in questo momento, prima ci si occupa dei vivi, sperando che essi continuino a vivere, e dei morti, e delle famiglie degli uni e degli altri. Prima ancora, di fronte a chi straparlava a colpi di stereotipi e di conoscenza personale limitata all’“Oh, io sono stata una volta a…” (sottotitolo: “Dunque sono competente e titolata a pontificare sulla Svizzera e sui suoi sistemi”), sarebbe stato necessario il richiamo all’essere umani ed al non anteporre l’ego – di più, in forma di presunta autorevolezza – al dramma nella sua dimensione e nella sua violenza. Peccato.





















































































