Alcune espressioni, tuttora riscontrabili sul profilo “Facebook” dell’interessato, sono oggettivamente crude e dal tono discutibile; bersagli preferiti, in tempi recenti, Olena Volodymyrivna Kyjasko moglie di Volodymyr Zelenskyj presidente dell’Ucraina, Benjamin Netanyahu primo ministro israeliano, lo Stato di Israele in quanto tale. La firma: Filippo Beltrametti in Locarno, anni 65 fra un paio di mesi, consigliere comunale per “Avanti con Ticino&lavoro”; pardon, consigliere comunale ora messo alla porta dalla dirigenza del partito, che con una lettera all’interessato prima e con breve nota diffusa oggi ad alcuni organi di stampa ha ufficializzato un divorzio senza “se” e senza “ma” e soprattutto senza prospettive di riavvicinamento. Fuori dall’organigramma, fuori dalle attività politiche sotto identità At&l, e di fatto con un perentorio invito rivolto a terzi affinché da ora in poi non vi siano riferimenti al partito stesso quando e qualora di Filippo Beltrametti si parli, financo in eventuale metafora sportiva per via della lunga carriera del precitato come fischietto nel mondo del calcio. Fattore scatenante di cotanto e drastico cartellino rosso (ops, metafora già arpionata): “(…) La pubblicazione sui “social”, da parte di (Filippo) Beltrametti, di contenuti ritenuti denigratori e discriminatori”, dal che la violazione dell’articolo del codice etico interno che si suppone l’interessato avesse controfirmato ai tempi della candidatura al Legislativo locarnese. Codice etico reperibile anche in rete e dal quale risulta tra l’altro che gli aderenti “(…) si impegnano a favore della dignità dell’essere umano e (del)la tutela effettiva dei suoi diritti e libertà” e che è da combattersi “(…) ogni forma di discriminazione”.
Che cosa abbia primariamente costituito motivo di frizione, in verità, non si sa, così come non si sa se la lettera di “licenziamento” – ma Filippo Beltrametti potrà anche decidere di rimanere in Consiglio comunale quale indipendente, o aderendo ad altra compagine – sia stata preceduta da interlocuzioni, richiami, altre lettere, discorsi a quattr’occhi; i “post” al napalm sono infatti recenti e meno recenti, indirizzati a volte su un singolo ed a volte su una comunità, costruiti in qualche caso con una logica critica (anche aspra, ma inquadrata nel pubblicabile virgolettato) ed in qualche altra situazione, invece, come se all’autore fosse scappato il piede dalla frizione, conseguenti o una sbandata o uno schianto sul “guard-rail” o un capottamento o tutti e tre insieme. Esempi andandosi a ritroso: oggi, “Sionist fuck” (e diremmo che qui, per carenza di competenze linguistiche dell’estensore di cotal alato pensiero, è andata a catafascio anche la sintassi, sicché l’intendimento offensivo deriva semmai su una pagina del portale “YouPorn”); ieri, un lungo passaggio in cui, con sommaria gli ebrei – gli ebrei “in toto”, così pare di poter capire – sono equiparati ad Adolf Hitler (“Nessuno fa niente per fermarli, almeno Hitler lo nascondeva”) e qualificati come “malati mentali” oltre ad essere definiti come coloro che hanno “sempre rotto di essere il popolo eletto” (due possibili interpretazioni; a rigore di testo, la peggiore) e ad operare “con sistemi debitori discutibili” (un modo per riciclare gli stereotipi sulle attività di prestito di denaro a condizioni feneratizie? A questo ancora si sarebbe?); l’altr’ieri ma non per la prima volta, il soprannome di “Sniffolo” e l’appellativo “pagliaccio” – nessun bisogno di spiegazioni, si suppone – per Volodymyr Zelenskyi; tre giorni addietro, un “Capisco perché il Baffetto (Adolf Hitler, ndr) voleva sterminare gli ebrei”, tra l’altro con il supporto di un altro utente di “Facebook” che dà corda e commenta in appoggio (“Il Baffetto di sicuro non era un granché ma… aveva la vista buona”). Di domenica 24 agosto la lapidaria didascalia “Una banda di malati mentali, urge un trattamento psichiatrico coatto” per Giorgia Meloni presidente del Consiglio in Italia, ancora Volodymyr Zelenskyi ed Ursula Gertrud Albrecht in von der Leyen presidente della Commissione europea. Di una settimana fa, e la si chiude qui perché a falsariga segue falsariga che precede falsariga, un lapidario “Ashkenaziti veri parassiti” (com’è noto, nella Diaspora ebraica gli askhenaziti sono maggioranza).
Già la metà della metà sarebbe stata troppo, ad avviso di coloro che in At&l intendono ribadire l’impegno “per un dibattito politico basato sul rispetto, sull’inclusione e sulla dignità di (…) tutti”. In parole semplici: “Da simili affermazioni ci distanziamo con fermezza”. Forse un po’ troppo tardi, ché il danno è fatto e qualcuno potrebbe a questa stregua domandarsi se, al tempo della selezione dei candidati a funzioni istituzionali, i fondamentali del comune sentire fossero stati identificati e chiariti.