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L’editoriale / Svizzera criminalizzata. Qualcuno si decida a replicare a tono

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Quando si sia interpellati per un’intervista e non si è quel tipo di personaggio che necessariamente debba rispondere per ruolo istituzionale o perché interessato in prima persona all’argomento, si ha diritto di dire “sì” o di dire “no”; allo stesso modo, se si è invitati a partecipare ad un programma in radio o in tv, alle condizioni esposte sussiste la libertà di accettare o di declinare. Logica vuole che, in quanto ospiti (e, come tali, compartecipi al fornire una voce e/o un volto, un’interpretazione, un’esperienza, una testimonianza, un contributo alla verità o – in determinati àmbiti, non essendo la vita soltanto cronaca e storia – al chiacchiericcio) e dandosi per scontate la conoscenza e la competenza sul “focus”, ci si debba informare sul contesto ovvero sulla tipologia del contenitore, su eventuali altre presenze, sullo stile del conduttore. Soprattutto, all’eventuale confronto ed all’eventuale dibattito s’ha da essere sé stessi anziché rappresentanti di qualcosa o di qualcuno che non ha chiesto di essere rappresentato benché si possa “ab ovo” immaginare che taluno tenterà di imporre tale raffigurazione, nel senso dell’“Io sono qui ed attacco te, avendo individuato in te il male, perché questa è l’etichetta che voglio appiccicare sul tuo petto, che tu sia coinvolto o no”. In altre parole, trattasi di evitare i trappoloni e, per contro, trattasi di essere così scaltri, abili e preparati per compensare eventuali svantaggi competitivi, ad esempio il trovarsi in collegamento da remoto mentre gli interlocutori pronti a metterti sulla graticola si trovano nello studio a loro volta come ospiti o, in qualche caso, sono essi stessi conduttori del programma.

A troppi fra coloro che dal Vallese o dal Ticino in particolare – ma non soltanto – hanno parlato con la stampa peninsulare dopo il tragico rogo di Crans-Montana, in ispecie apparendo in tv, le cose non sono andate benissimo; in qualche caso, male male, come se esistesse un “gap” tra l’espressione nel giardino di casa e l’espressione su campo diverso. Strano, perché si suppone che una conoscenza delle altrui cifre mentali e di linguaggio – oltre che dei toni che alcuni editorialisti o opinionisti o scaldadivanisti utilizzano nei 30-40-50 secondi concessi per ciascun intervento, non di rado al fine di celebrare sé medesimi (solitamente terribili sono le comparsate cui è sottostante la presentazione del libro appena sfornato e mandato alle stampa) – sia nel bagaglio dell’adulto medio e senziente, senza bisogno che trattisi di un giornalista o di un avvocato; peggio, vero, se a queste categorie appartengono gli interpellati. Sarebbe stato necessario, e lo sarà da parte di quanti avranno occasione e modo di intervenire, l’imporre condizioni chiare, e controfirmate a monte, nero su bianco, precisandosi a chi di dovere – conduttore, produttore, responsabile del programma – che in caso di violazione degli accordi si dice sùbito che così non va, ergo si saluta e ci si alza. Per zittire certi Soloni da salotto, compresi vari direttori responsabili di quotidiani italiani dalla ancora discreta tiratura ma che si manifestano con sesquipedale ignoranza come dimostrano le sconcezze normative, giuridiche e pratiche da loro prodotte occorreranno poi franchezza e durezza, all’occorrenza. A costo di rimbeccare Tizio e Caia, con cui nulla si ha a che spartire; con parole semplici, mirate, crude, dicendosi cioè che il sunnominato Tizio e la sullodata Caia è un cretino che dà aria alla bocca e che dovrebbe soltanto vergognarsi per l’infamia della sua caccia al facile consenso mediante la diffusione di notizie false e vergognosamente offensive. Ed a coloro che strepitano insultando la magistratura inquirente per i tempi della sua azione e che urlano frasi come “Vogliamo la verità”, “Stanno nascondendo le cose” e “Sono tutti collusi”, s’ha da rispondere che, pur con tutti i limiti propri delle singole persone perché in ogni dove nel mondo si potrebbe trovare poliziotti stupidi e procuratori pubblici inadatti alla funzione, qui le cose sono fatte con metodo e con procedure secondo logica, non che si finisca per buttare e per lasciare in carcere per quasi 33 anni un tizio innocente. Nemmeno servirebbe il far menzione di stragi rimaste senza responsabili o per le quali sono state emesse condanne blande, e magari senza risarcimento alle famiglie delle vittime; ma i fatti ci sono, e restano lì, cristallizzati nella cronaca e nella storia; se del caso, riepilogarli a raffica, bastano i nomi e si apre la voragine. Ad ogni modo, da farsi notare la contraddizione culturale subsidente: si pretendono certezze definitive dopo 13 giorni, qui, non avendosi offerto risposte complete dopo magari 40 o 50 anni, là.

Ci vorrebbe, ecco, anche qualcuno che denunci le ondate di livore funzionali a criminalizzare la Svizzera e l’identità svizzera in quella che, nella lettura dell’esito delle indagini allo stato odierno, è una strage originatasi per responsabilità individuali (gravissime, ma individuali) ed avvenuta nel locale di cui erano contitolari due cittadini francesi ospiti della Confederazione elvetica e causata dall’accensione di candele-fontane scintillanti di produzione italiana – a Napoli, pare – ma vietate sul territorio rossocrociato; e che stiano tranquilli, gli alfieri dell’antielvetismo che si rinfocola per stereotipi soprattutto (“Lì contano solo i soldi, sono attaccati ai soldi, i soldi comandano”: virgolettato di sintesi dalle labbra di una sacerdotessa della migrazione continua tra testata e testata e dal naso alto dinanzi a chicchessia), circa l’essere già chiarissima e già inquadrata la questione dei mancati controlli da parte dell’autorità costituita, e ciò già cinque giorni dopo il dramma. Ci vorrebbe, ecco, qualcuno che richiami agli interlocutori-accusatori i fondamentali del diritto da una parte ed anche i reali risultati già conseguiti in sede di indagine, ricordando anche che nessun magistrato inquirente degno di questo nome scopre le carte rivelando ogni particolare nel momento stesso in cui l’abbia appreso. Ci vorrebbe, ecco, anche un atto di coraggio da parte di qualche politico che vada ai microfoni e parli in modo chiaro, drastico ed inconfutabile. I deputati ticinesi in quel di Berna, per ragioni linguistiche, potrebbero farsi avanti. Lo facciano: il rifiutare inviti alle trasmissioni, come ci risulta che uno o più d’uno abbia invece fatto, è intrinsecamente un segno di debolezza e dall’esterno sarà sempre percepito come prova provata di ignavia.