di Massimo Soncini, dir resp, per “Il Giornale del Ticino”
Ben prima della tavolata al “Grotto Ferriroli” di Tenero-Contra frazione Contra, a fine marzo 2009, tra i compartecipanti Giuliano “Nano” Bignasca, Giancarlo Giorgetti odierno ministro della Repubblica italiana e Norman Gobbi odierno consigliere di Stato del Canton Ticino; ben prima dell’incontro al “Grott del prévat” a Bioggio frazione Bosco Luganese, alla vigilia dell’Epifania 2008, quando erano presenti Giuliano “Nano” Bignasca, Norman Gobbi e Marco Borradori; ben prima della visita alla casa natale di Carlo Cattaneo in quel di Lugano quartiere Castagnola, ad inizio marzo 2005, occasione quella per aggiungere e per celebrare il patriota federalista esule dall’Italia come contributo ai miti fondativi del suo movimento ormai in forma di partito, e lì giunsero in almeno 500 con auto e battelli via Porto Ceresio. Ben prima, dicevamo, l’incrocio di pensieri ed esperienze e relazioni fra Umberto Bossi – fondatore della Lega lombarda e della Lega nord, venuto a mancare l’altr’ieri, domani a mezzogiorno i funerali all’abbazia di Pontida in provincia di Bergamo – ed il Ticino, in espressione geografica ed in espressione politica. Retrodatazione possibile: buoni 15 anni. Con un paio di figure dall’importanza capitale, in questo contesto; molti avendo scritto e scrivendo di storia della Lega nord (e precedenti) in queste ore, e non di rado essendo andati o andando essi a prestito da “Wikipedia” o da autori che avevano copiato altri autori che avevano copiato altri autori sicché varie ricostruzioni vanno a fotocopia dei ragionamenti pseudoscientifici sulla “memoria dell’acqua” ed altre scemenze consimili, sarà allora il caso di cavar fuori dal cassetto qualcuna delle storie rimaste lì, destinate com’erano allo stato di aneddoto non pubblicato ed invece di qualche interesse ad integrazione della pubblica conoscenza. E questa è la storia numero uno.
Riavvolgiamo il nastro. Dell’essere in corso un cambiamento nel Ticino politico, in forme proprie della depolarizzazione (non in senso biologico, s’intenda) peraltro dopo un tempo in cui nella Sinistra non erano mancati segni di dispolarizzazione, ad Umberto Bossi parla Gianfranco Miglio, già docente alla “Cattolica” di Milano, “uomo della legittimazione” e qualcuno conosce un po’ la storia del percorso di un personaggio che era federalista in discendenza da famiglia laica, nonno cofondatore del Partito repubblicano sulle rive del Lario, egli invece in tesseramento con la Democrazia cristiana sino al 1959, poi fuori dalle questioni sino alla folgorazione per quello che gli era parso (“finalmente”) un movimento trasversale; non che Umberto Bossi non avesse contezza dell’esistenza del Ticino (era di Cassano Magnago ed era cresciuto a Verghera di Samarate e poi si era trasferito a Varese, per arrivare ad un valico di confine fanno 35 chilometri da una parte e 40 dall’altra ed una decina dall’altra ancora…), ma l’“humus” più fertile per la prima Lega lombarda era stato individuato nel ventre del territorio industriale, in conurbazioni maculari come erano per esempio Busto Arsizio-Castellanza-Legnano sul confine tra Varesotto ed Altomilanese, la Brianza, la Bergamasca, e naturalmente Milano. Gianfranco Miglio, invece, da conoscitore del territorio cantonale, ad Umberto Bossi disse sin dal primo incontro – anno 1988, salotto di casa del professore – che per un progetto federalistico servivano sì le conoscenze teoriche e storiche ma che un modello “applicato” si trovava a due passi, oltre il confine, ed allora tanto valeva il prendere spunto ed esempio. Della Svizzera, al tempo, Umberto Bossi conosceva solo quel che aveva potuto memorizzare da un “Baedeker”, quel che aveva visto in qualche escursione e quel che stava scritto in un libro di Denis De Rougemont; qualche raccomandazione di lettura fu spesa, via via.
E questo è un primo punto, un primo spunto; uno strapuntino, anzi, su cui Gianfranco Miglio si issò suggerendo più tardi di prendere nota dall’esplosione del fenomeno leghista in Ticino: “Un movimento controcorrente, venuto fuori più o meno all’improvviso (…, ed) al quale pochissimi erano disposti a dare credito (…, e) invece questo gruppo ha interpretato un certo disagio occulto… La Lega dei Ticinesi si è affermata nelle elezioni superando ogni aspettativa”. Frasi raccolte tra il gennaio ed il febbraio 1992: la Lega bossiana, partita con qualche consigliere comunale raccattato qua e là, era di certo in rampa di lancio ma godeva a quel momento di una modestissima rappresentanza parlamentare cioè Umberto Bossi al Senato della Repubblica e Giuseppe Leoni alla Camera dei deputati dalla tornata elettorale del 1987. Si tenga d’occhio la cronologia: marzo 1990, primo numero del “Mattino della domenica”; gennaio 1991, fondazione della Lega dei Ticinesi da parte di Giuliano Bignasca, Silvio Flavio Maspoli e Mauro Malandra; metà aprile 1991, Lega dei Ticinesi in corsa alle Cantonali e con effetto dirompente. Nel frattempo, a sud di Chiasso, scricchiolii nei partiti storici, percezione della “pericolosità” delle strategie di una Lega lombarda ormai configuratasi come Lega nord (sul Walzer delle denominazioni assunte e mollate e riprese si potrebbe aprire un capitolo a parte; restiamo ai fondamentali), la perplessità di una parte cospicua della Sinistra in cui il “Carroccio” era stato considerato come costola propria nel migliore dei casi e come folclore “tout court” nel peggiore, le incertezze dei democristiani che per un paio di anni si erano ripetuti il “mantra” del “Sono voti nostri che vanno in gita, tanto prima o poi tornano”.
Come andarono poi le cose con Gianfranco Miglio, che sin oltre la sua elezione a Roma avrebbe intrattenuto rapporti diretti solo con la Lega apicale (“Con quelli che stimo. L’afflato non mi è mai piaciuto; non mi era mai piaciuto, quand’ero studente, nemmeno il mondo del “Gruppo universitario fascista”, benché tanti si lamentassero di ciò con mio padre…”) e che ad Umberto Bossi aveva impartito lezioni anche ad orari da terzo turno in fabbrica e cioè ogni volta che ciò risultasse possibile (in ciò un singolare percorso parallelo a quello di Silvio Berlusconi, che seguiva i corsi “ad personam” dell’economista Renato Brunetta), la cronaca raccontò: raffreddamento dei rapporti, frattura, anche espressioni sconvenienti da parte dell’allievo che si era rivoltato contro il maestro (“Una scoreggia nello Spazio, Gianfranco Miglio, un minchione arteriosclerotico”), luna di miele finita dopo un quattr’anni e dialogo spezzato a male parole dopo sei (“Un plebeo, un arabo levantino, un comiziante da bar, Umberto Bossi. Ha usato il federalismo come strumento. Il suo livello culturale? Zero, vicino allo zero”). Ma nel frattempo, già dalle Politiche del 1992, la Lega nord era già arrivata agli 80 seggi a Roma, ed era ormai presenza fissa nei Consigli regionali e fuori dai confini italiani, complice anche la stagione funesta di “Tangentopoli”. E si sa; quando la nave pirata va in acque aperte a vele spiegate, pochi sono i capitani che si preoccupano del mozzo finito in mare. Negli ultimi anni di vita di Gianfranco Miglio, che venne a morte nell’agosto 2001, pare che i dissidi si fossero appianati. Staranno discutendo, i due, adesso, davanti ad un altro bicchiere, sotto il fumo di un altro sigaro.

















































































