di Massimo Soncini, dir resp, per “Il Giornale del Ticino”
Quando andò alla distribuzione, nel marzo del 1992, dopo essere stato concepito sull’asse tra Lugano – non ridete: si era in auto davanti al cimitero di via Trevano, dove otto anni prima era stata conferita concretezza ad un altro progetto editoriale, lì nelle forme di un periodico – e Milano via Varese e Busto Arsizio, la prima biografia “non autorizzata” dell’ora defunto Umberto Bossi fondatore della Lega lombarda ebbe ben discordi riscontri di vendita e di consenso: in Ticino solo un paio di librai accettarono di mettere in vendita il volumetto, purché glielo si portasse sino all’uscio del negozio e nulla si pretendesse come garanzia minima di copie vendute; in Lombardia, alcuni edicolanti – per scelta dell’editore, i chioschi furono canale privilegiato – andarono all’“Esaurito” in mezza giornata mentre altri totalizzarono uno zero virgola zero, o almeno così risultò nella contabilità. Fatto curioso: accadeva che 20 o 30 copie fossero letteralmente polverizzate in un paese mentre il fardello consegnato nel borghetto vicino – e nelle stesse ore, e dallo stesso addetto – restava privo di clienti, e dunque di lettori. Solo “ex post” una spiegazione, anzi, una serie di spiegazioni: in certi luoghi Umberto Bossi era già “sacrale”, quale portatore di una novità politica – la Lega lombarda, un po’ secessionista ed un po’ federalista ed un po’ autonomista ed un po’ tante altre cose – cui aderire, e dunque la biografia “non autorizzata” suonava come affronto ed attacco, chissà chi c’è dietro a quei due che hanno scritto il libro, di sicuro sono foraggiati dai “poteri forti”; in altre città l’ordine di ignorare tale pubblicazione era venuto non dai vertici leghisti ma da ambienti della Sinistra, organica e non organica, per via del passato politico di Umberto Bossi che aveva manifestato per il “Cile libero” contro Augusto José Ramón Pinochet, era stato vicino al Partito di unità proletaria (Pdup), si era iscritto al Partito comunista italiano sezione di Verghera di Samarate in provincia di Varese, e per di più veniva sì dalla tradizione cattolica del padre Ambrogio ma soprattutto, per impronta politica, dal socialismo dinastico di sua madre Ida Mauri, personaggio senza peli sulla lingua anche se impazziva per l’Umberto, stravedeva per il Franco (fratello minore, classe 1947 cioè sei anni in meno rispetto a colui che per tutti sarebbe diventato il “senatôr” in grafia milanese, che era quella preferita dall’interessato ed in buon meneghino la “u” pronunciata si trascrive “o” oppure “ô”) ed amava l’Angela (ultimogenita, 1951 l’anno di nascita), benché i rapporti in orizzontale si fossero ben presto guastati tanto che fu proprio l’Angela, epurata dalla Lega insieme con il marito Pierangelo Brivio, a compiere un peraltro breve percorso politico parallelo con l’“Alleanza lombarda autonomia”, meglio conosciuta come “Lega alpina lumbarda”, sino al seggio nel Consiglio regionale. Vi fu poi un altro fenomeno, circoscritto ma curioso: sapendo di essere stato menzionato nel libro, un emergente nella Lega in rapida espansione territoriale fece man bassa di copie andando di villaggio in villaggio, per poter poi regalare ad amici e parenti quel “suo” quarto d’ora di celebrità; si coglie l’occasione per ringraziarlo, qualora egli sia ancora in vita, per gli spiccioli di diritti spettanti agli autori sulle vendite, ed agli autori infine giunti.
Ma Umberto Bossi, ecco, come prese Umberto Bossi quel libro che si poneva e lo poneva sott’altra luce rispetto ai toni agiografici utilizzati da altri, sulla stampa quotidiana e periodica in particolare? Male, sulle prime: via “Corsera” – di lui e dei suoi passi si occupava in particolare il collega Gianluigi Da Rold, che avrebbe poi condotto con mano ferma la sede regionale lombarda della Rai e sarebbe stato direttore responsabile del quotidiano “L’Indipendente” – partì una sorta di “ukase” sul piede del “Se li trovo, quei due lì”, con riferimento agli autori; i quali risposero, sempre via “Corsera”, di essere sempre reperibili attraverso l’editore di cui erano noti denominazione ed indirizzo, sicché problema non si poneva. E non si sarebbe posto nemmeno in termini logistici: di lì a poco gli uffici milanesi della società editrice – gli uffici “operativi”, per intenderci: attività per quasi 24 ore su 24 perché c’era lavoro tra uffici-stampa e pubbliche relazioni ed altri prodotti, tra cui interessanti e prodromiche escursioni dalla grande distribuzione organizzata al campo delle energie rinnovabili – sarebbero stati trasferiti alla Bovisa in fregio a piazza Giovanni Bausan, e meglio in via Angelo Brofferio 10. Lo stesso stabile in cui aveva trovato sede il “Sindacato autonomista lombardo-Sal”, costola della Lega, coordinatrice e responsabile Rosa Angela detta “Rosy” Mauro, proveniente dall’attività con la Uil, terza gamba della “Triplice” con Cgil e Cisl. Si trattava, in pratica, di fermarsi un momento in portineria, unico essendo l’ingresso.
Quel libro era stato generato sulla scorta di circa 200 interviste (i materiali documentari sulla storia del movimento erano scarsi, al di là di volantini e dei resoconti frammentari di qualche comizio) e di uno scandagliamento delle disponibilità in quattro archivi privati (in uno fu trovata la prova dell’iscrizione di Umberto Bossi al Pci; da un altro spuntò fuori la foto – è in apertura, a supporto iconografico di questo pezzo – del futuro politico che al tempo era invece convinto di poter calcare i palcoscenici come cantante; in un terzo, varie tra poesie e prose; nel quarto, nulla di utile); si seppe poi che il testo era stato fatto passare, riga per riga, sotto la lente del microscopio di alcuni fedelissimi al pensiero leghista, e che nessuno aveva trovato un capello fuori posto, nemmeno nella cifra del racconto ed al di là, s’intenda, delle notizie che potevano non piacere ma erano vere, del resto il titolo parlava degli uomini e delle donne e delle luci e delle ombre del leghismo. Alla prima occasione di incrocio, al primo “a tu per tu” successivo alla pubblicazione, Umberto Bossi – che pure era un sacramento, quanto a rapporti con la stampa – interruppe una conversazione che stava intrattenendo con tre dei suoi e si fece avanti a braccia aperte: “Non ti ho letto (bugìa, e cioè: si era fatto leggere ogni capitolo, sino alle didascalie, ndr), ma so che non hai toccato la mia famiglia. Di solito vengono a toccare la mia famiglia, e m’incazzo. Tu non hai toccato la mia famiglia, e ti ringrazio”.
Non poteva sapere, Umberto Bossi di cui domenica alle ore 14.00 saranno celebrate le esequie (a Pontida, provincia di Bergamo: ultima adunata con “lui” sul prato antistante l’abbazia titolata a san Giacomo maggiore, nel luogo del mitizzato giuramento del maggio 1167 per l’alleanza tra liberi Comuni in funzione antiimperiale), non poteva sapere che proprio dalla famiglia e nella famiglia gli sarebbero venuti alcuni dispiaceri. Ma questo è argomento di altri, ormai.
















































































