Non pubblicheremo qui foto, e di quelli che c’erano – autorità comprese – non faremo menzione: nel corso delle odierne esequie di Sofia Prosperi, 15enne italiana cresciuta nel Luganese e sino a fine 2025 abitante a Castel San Pietro frazione Corteglia, ad avere diritto all’attenzione erano solo la ragazza, una delle 40 vittime della strage di Capodanno a Crans-Montana, ed i congiunti. Persone provate, e che durante la liturgia eucaristica nella Cattedrale titolata a san Lorenzo in Lugano hanno parlato a due voci, padre e madre, al loro fianco una sorella della scomparsa: ammirevoli per compostezza, per fermezza, per l’incredibile capacità di proiettare un cono di luce dove altri troverebbero soltanto ombre. La madre: “Ad ogni giovane auguro di saper trasmettere i sentimenti così come Sofia li comunicava”. Il padre: “Salutiamo una ragazza meravigliosa, preghiamo per quanti stanno ancora lottando per la vita. La vita che vogliamo qui celebrare ed onorare”.
Non da tutti, il saper vedere la vita dove in questo momento c’è buio, c’è sconcerto, c’è timore. Fosse concordato o no, e si propende per il “no”, il “sì” alla vita è stato al centro anche della prolusione di monsignor Alain de Raemy, amministratore apostolico della Diocesi di Lugano, a tre livelli coinvolto nella tragedia perché sacerdote chiamato ad officiare (e ad essere di conforto), perché responsabile del Dicastero pastorale giovanile in seno alla “Conferenza dei vescovi svizzeri” (e quindi portatore di una sensibilità particolare nel dramma in cui tra l’adolescenza e la prima età adulta si situa la maggioranza dei morti e dei feriti) e perché vallesano in linea materna: al cristiano è chiesto di credere anche e soprattutto nel momento in cui le domande sembrano prive di risposta, al cristiano è chiesto di aver fede nella “vita piena e divina” che ora è data a Sofia. Questo – ed è stato il tema riverberatosi durante l’omelia – nulla toglie al dolore, allo strazio ed al diritto di piangere, “lo fece anche Gesù davanti al sepolcro in cui si trovava Lazzaro”, e poi venne la resurrezione.
Nel tempo della cerimonia, sin dall’inizio, banchi punteggiati da rose bianche; sul finire, anche un batter di mani: timido, lontanissimo dagli applausi sguaiati e dalle ostentazioni di affetto. Non perché la sofferenza sia minore, no: ma si vorrebbe che stasera, sulle guance, i genitori ed i fratelli di Sofia sentissero correre la carezza di tutto il Ticino.



