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L’editoriale / Arrivano i nuovi bravacci. E la proiezione non s’ha da fare

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A proporla erano state persone che si riconoscono nelle linee degli “Amici della Costituzione” e del movimento politico “HelvEthica Ticino”: al netto delle simpatie o delle antipatie politiche, gente agli antipodi dal fomentare discordia e guerre intestine (anzi: nel caso di “HelvEthica Ticino”, un “novum” politico inseritosi di diritto nel contesto territoriale con ingresso diretto in Gran Consiglio, il massimo della polemica sino ad oggi è stato dato dall’abbandono di uno degli esponenti; cose che succedono anche in partiti dalla tradizione consolidata, figurarsi). Eppure la proiezione del documentario “Maidan: la strada verso la guerra”, per scelta compiuta oggi dalle autorità municipali di Muralto, non avrà luogo: revocata l’autorizzazione all’utilizzo – in precedenza concesso e senza obiezione alcuna – della sala congressi, “dopo attenta analisi” e “al fine di prevenire possibili tensioni o turbative dell’ordine pubblico”. E perché? Perché alcuni soggetti di nazionalità ucraina, e non più temporaneamente ospiti del Canton Ticino, hanno trovato tempo modo e strumenti per affermare che l’incontro pubblico non s’aveva da fare, essendo tutto ciò antitetico a quel che essi pensano e, in sostanza, ai loro interessi.

Senza mezzi termini, trattasi di una clamorosa resa alla pretesa della “voce unica” per rappresentare il conflitto tra Russia ed Ucraina, essendo il documentario – per carità: di parte, a tesi, strutturato come racconto che pone in connessione quanto tuttora e tragicamente in corso con le rivolte scoppiate nel novembre 2013 in Ucraina e che condussero alla cacciata del presidente Viktor Janukovyc – non propaganda ma atto testimoniale e dunque, come gli organizzatori della serata avevano chiaramente indicato, un’occasione per dibattere e per porsi di fronte a realtà storiche importanti ma poco conosciute (“grosso modo”, come nel caso delle vicende della “Primavera araba” di cui pochi ricordano la genesi mentre nemmeno ora si arriva a conoscere e nemmeno a prevedere tutti gli effetti). Presto, forse, per parlare di censure; mai abbastanza presto per dire, pur nel totale rispetto di coloro che effettivamente sono fuggiti dall’Ucraina temendo per la propria vita (ma sul discorso potrebbe innestarsi anche l’equa irritazione di quanti, nell’attribuzione e nella reiterazione dei permessi “S”, riconoscono situazioni paradossali e palesi abusi). Se per determinare l’annullamento di una manifestazione (pubblica, si ripete; l’ingresso era gratuito, semmai con offerta volontaria; sullo schermo sarebbe andata una pellicola da 53 minuti) basta uno stormo di “e-mail” e/o di telefonate, e se tale annullamento è motivato “ex post” con il timore di dispiacere a taluno, il Ticino è messo male, anzi, peggio. Almeno, nei tempi del don Abbondio manzoniano, ad incutere paura ed a far cancellare le nozze tra Lucia e Renzo erano gli sgherri di un signorotto; ora par sufficiente il vento dell’opinione, invero né richiesta né utile.

Per inciso: “Maidan”, in ucraino, vuol dire “piazza”; la “Maidan nezalezhnosti” è “piazza dell’Indipendenza”, luogo-simbolo di Kiev. “Piazza”: per noi, non da oggi, il luogo in cui due o più soggetti possono parlare, discutere, confrontarsi ed in ultimo trovare un punto di intesa o magari non trovarlo, ma alla luce del sole. Ma a taluni piace il pensare che la piazza sia importante, eccome, solo se le folle sono disposte a lasciarsi orientare ed a portare il cervello all’ammasso.