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A margine / Dai peana al dimenticatoio. Salvate la soldatessa Lisa

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Quelli del poi defunto “Gas”, che ogni tanto andavano fuori registro nel polemizzare eppure non di rado agivano e ragionavano fuori dallo schema ideologico sicché si volle perdonar loro l’averci qualificati come ubriaconi, al tempo erano stati schietti: “Lisa, hai fatto una cazzata”, ed è citazione testuale; si guardarono bene dal condannarla, però, come persona, pur nella sua infelice pensata di traghettare clandestini al di qua della frontiera – più tutt’un’altra serie di comportamenti annessi e connessi – con tanto di ripercussioni giudiziarie e sulla sua presenza in politica. All’età di 53 anni si ritrova disoccupata, ed amaramente disoccupata come si può cogliere da un suo “post” su nota rete sociale, la già granconsigliera socialista Lisa Bosia Mirra, deputata nel Legislativo cantonale dal maggio 2015 al maggio 2019, diuturna la presenza in varie commissioni (dalla Sorveglianza sulle condizioni dei detenuti alla Sanitaria, dalla Petizioni-ricorsi alla Scolastica alla Costituzione-diritti politici), ed all’esterno un esuberante impegno con fondazioni ed associazioni; e fa strano, lo si ammette, il senso di solitudine che giunge per tramite di quello che sembra un appello sconfinante nell’incertezza sul presente e sul futuro. Assistente sociale per formazione, parla di “pessimismo e fastidio”, Lisa Bosia: nel suo lunedì, nel suo oggi, “siedo davanti al “personal computer” per fare ricerche di lavoro ma sono frustrata, perché già so che non mi chiameranno nemmeno al colloquio” e questo benché “titoli ed esperienza siano esattamente quelli richiesti”.

Essendo Lisa Bosia Mirra finita fuori dai “radar” da un pezzo, non si entra nel merito di questioni poliche e di vicissitudini personali. E, per quanto la ad un tempo granconsigliera abbia sempre avuto di sé un’opinione piuttosto alta (quando fu condannata in primo grado per la vicenda del carico di irregolari trasbordati con un furgone preceduto dal veicolo-staffetta disse: “Non so se nel mio intimo posso accettare questa condanna”), tutto si può ipotizzare fuorché l’essere la soldatessa Lisa ora preda di una sindrome di Calimero. Sincere appaiono quindi alcune tra le autodomande, così come ragionevolmente credibili appaiono alcune fra le autorisposte (certo, altra cosa sarebbe un’intervista) fresche fresche di affidamento al novello vento del “web”. Esempio: “Perché non trovo lavoro, perché ho 53 anni? Ma, se questa non fosse la mia età, come potrei avere 34 anni di esperienza nel lavoro?”; vero, tanti sono ormai al corrente del fenomeno di espulsione dei 50enni – e nemmen vuolsi dire circa i 60enni – dal mercato. Ed allora, sentiamo i titoli: “Ho un doppio diploma Supsi: educatrice ed assistente sociale. Ho esperienza in entrambi gli àmbiti. Ho un “master” in comunicazione interculturale. Ho l’abilitazione a seguire apprendisti e studenti Supsi. Ho esperienza nella conduzione di progetti”. Vabbè, ma questo non significa che vi sia una disponibilità… “Ho voglia di imparare. E sono aperta anche ad altro, al di là del mio àmbito che ovviamente è e resta quello dell’accompagnamento sociale. Potrei (anche) mettermi in società con qualcuno che abbia un’idea innovativa, o potrei (anche) collaborare alla crescita di un progetto”. Sino a qui, tanto di cappello: “Sono frustrata, e sono stanca di mandare “curricula” senza avere alcun riscontro”.

Perché, e tuttavia, il “Sino a qui”? Perché entra in gioco un paio di concetti che, sia detto senza mezzi termini, forse e senza forse vanno a danneggiare la persona stessa da cui sono stati espressi. Il mercato del lavoro in Ticino, dice e scrive infatti Lisa Bosia, “fa schifo al punto che la consulente dell’Ufficio regionale di collocamento mi ha proposto di andare a lavorare per una Onlus italiana”; forse sarebbe il caso di contestualizzare, il frontalierato al contrario non è vietato ma la storia in sé suona atipica, al di là dei passaporti che uno possa avere o non avere in tasca. Ma soprattutto: non trovo lavoro, è di nuovo l’interrogativo, “perché mi sono battuta per una giusta causa ed il mio nome è stato su tutti i giornali? Ma mica ho rubato o danneggiato qualcuno”. E qui siamo un po’ alle solite: la pretesa di aver agito “per una giusta causa” (sulla cui giustezza si può e si deve discutere; ad ogni modo, quelli di Lisa Bosia Mirra furono comportamenti “contra legem”, ed ancor più gravi perchè compiuti da soggetto che in quel momento era all’interno delle istituzioni), l’attribuzione di una non precisabile responsabilità alla stampa (la quale fu invece assai clemente, in senso generale; forse si rivendica un oblio “tout court”?) e l’asserzione autoassolutoria secondo cui nessuno avrebbe subito detrimento a causa delle scelte compiute da Lisa Bosia Mirra in quelle specifiche e reiterate situazioni.

Ma una cosa è certa: osannata ed esaltata dai compagni all’epoca delle sue prese di posizione e delle sue incursioni, Lisa Bosia Mirra si è ritrovata in un “cul-de-sac” e, peggio, “desaparecida” nel dimenticatoio, sicché par proprio che dai suoi amici d’un tempo nemmen giunga una mano non diciamo salvifica, ma almeno riconoscente. Res relicta, invece. Messaggio: se avete coscienza, salvate la soldatessa Lisa.