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È morto il collega Lillo Alaimo, attraversò quattro decenni di cronaca

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Ha attraversato quattro decenni della cronaca ticinese, con fulcro dell’attività nel Sopraceneri, essendo qui giunto da esperienze di collaborazione con “Il Giorno” e con “La Stampa” su suolo italiano; e fa male il sapere che si è potuto godere ben poco la pensione, tra il Verbano-Cusio-Ossola in cui abitava (a Cannobio) e magari la Sicilia da cui proveniva (era girgentino di Naro, pieno entroterra), avendo condotto sino all’ultimo porto “Il Caffè” settimanale, maggio 2021. Ci ha lasciato Lillo Alaimo, stamane, prima dell’alba, per un malore accusato in casa; o dovremmo forse dir meglio, e cioè che abbiamo perso Lillo Alaimo, noi della vecchia generazione di giornalisti qui nati o qui approdati, perché tra i molti avventizi – tanti che ci provavano e che ci provano, con alterne fortune non di rado conseguenza di carente attitudine al di là dei titoli di studio – egli è stato una presenza costante, su più fronti, quello cronistico in prima battuta. Periodici, quotidiani, una sortita nel “web”; sempre con voce calma, non di rado la penna tendeva all’argomentativo e ciò rifletteva l’abitudine alla riflessione ed al procedere per sottrazione, virtù piuttosto rara tra gli stampari; del resto lo stesso Lillo Alaimo, in rari sprazzi di dialogo intercorso, riferiva di risvegli nel cuore della notte per l’esigenza di trascrivere un ragionamento fattosi chiaro al buio. Non mancavano i momenti di picco, da ira che non si conteneva sino al confronto acre; non potremo dire che con tutti andò d’accordo, non potremo nemmeno affermare che ogni sua scelta fu esatta; ma trovateci voi un giornalista senza pecche e senza peccato, sempre esclusi i presenti, s’intenda.

Due calcoli a ritroso, e c’è nel mezzo lo spettro di due generazioni intere; primo “sprint” nel 1982, all’“Eco di Locarno”, trisettimanale che di suo recitava a guisa d’una Bibbia laica nella quotidianità del Sopraceneri centrooccidentale; connubio formidabile con Giò Rezzonico, figlio di Raimondo Rezzonico “patron” di tante cose e “dominus” editoriale nel castellazzo all’incrocio tra via Serafino Balestra e via Bernardino Luini, qui anche la “Tessiner Zeitung” e varie testate dalla minore diffusione ma non dalla minor importanza, ed una ruggente e rutilante “Wifag” per la stampa al pianterreno, tutto in dinastia essendo stato Raimondo Rezzonico genero di Vito Carminati tipografo fondatore dell’“Eco” stessa nel 1935. Con l’“Eco”, che dell’italiana “Repubblica” aveva adottato anche forme grafiche oltre ad una certa impostazione progressista, numeri crescenti sino ad oltre 11’000 copie il colpo; il che, in un Ticino dai sette quotidiani contestualmente battentisi (riepiloghiamo, facendo punto fermo sullo straordinario anno 1987? “Gazzetta ticinese”, “Il Dovere”, “Giornale del popolo”, “Corriere del Ticino”, “Libera stampa”, “Popolo&libertà” ed ancora “Il quotidiano”), era roba da far ammattire. Ad inizio Anni ’90, secondo passaggio ed il riverbero di quei tumulti resta ancora nella memoria: l’“Eco di Locarno” fu portato alla fusione con “Il Dovere”, quest’ultimo in fase di abbandono dell’impronta guerreggiante (oh, la caterva dei titoli in rosso fiammeggiante e con il punto esclamativo) per convergere verso l’identità della “Regione”; matrimonio dell’anno 1992, di fatto l’intera redazione del trisettimanale trasmigrò nella nuova compagine, Lillo Alaimo era vicedirettore prima e vicedirettore rimase poi, tanto l’entusiasmo nell’approccio e tante le difficoltà nel comprendersi, chissà, o nella metodologia, chissà ancora, o nella definizione del chi-fa-che-cosa e del chi-comanda-e-chi-obbedisce; con il senno d’oggidì si deve soltanto dire che fu colpa di tutti e non fu colpa di nessuno, in editoria così come in cucina gli ingredienti sono spesso eccellenti ma non si combinano; l’ora scomparso si ritrovò difatti fuori, o se n’andiede sempllicemente, ed altri con lui; le due anime mai fusesi tornarono ad essere anime distinte, benché la testata “Eco di Locarno” rimanesse inchiodata sotto “laRegione”, ed in bell’evidenza.

Al quotidiano, avendolo assaggiato dalla scrivania, Lillo Alaimo continuava tuttavia a pensare (si ammetta, con non scarso spirito di rivalsa); e con Marco Bazzi, un giorno, andò a proporre l’ipotesi d’una nuova testata a Silvio Flavio Maspoli, che da polemista strategico per “Gazzetta ticinese” – a fianco dell’impegno quaòe docente, pianista, “chansonnier” e via elencandosi – aveva posto mano al “Mattino della domenica” portando con sé un manipolo dei già gazzettieri, ed a distanza di qualche mese cofondando la Lega dei Ticinesi. “L’Altra notizia” nacque, qualche settimana passò prima che l’organizzazione raggiungesse una qualche forma di stabilità, due piani occupati nello stesso stabile rezzonichiano; cuore pulsante sul lato destro del livello apicale, grande prima stanza e lì il presidio di Lillo Alaimo e di Marco Bazzi per i temi “grossi” da paginone passante (la seconda e la terza, che furono tematiche dalla prima all’ultima edizione) mentre altri ex-regionisti ed ex-ecoisti avevano voce importante su più campi del prodotto. Altro connubio che non durò a lungo, qui di certo v’era un problema di linea editoriale e giustamente Silvio Flavio Maspoli, mettendoci i quattrini in parte suoi ed in parte trovati ed in parte anticipati ma non più trovati, se si vuol capire il concetto, pretendeva che sua fosse la prima parola. Altra separazione, inevitabile, dopo ultimo confronto su un “cahier de doléances” presentato da Lillo Alaimo; valga il discorso già formulato, in situazioni del genere non c’è un giusto o uno sbagliato, visioni diverse raramente portano a qualcosa di meglio del sincretismo, e più spesso conducono ad un addio con qualche rimpianto, soprattutto quando in redazione sono stati condivisi tempi e letture e riflessioni, chi va va e chi resta resta e prosegue. “L’altra Notizia” si spense all’indomani delle Cantonali 1995, esiziale la mancata elezione di Silvio Flavio Maspoli in Consiglio di Stato (per la Lega dei Ticinesi, alla “prima” assoluta nell’Esecutivo cantonale, entrò Marco Borradori).

Il resto è cosa nota: Giò Rezzonico prese il coraggio a due mani, si consultò con la forza-vendita pubblicitaria, strinse alleanze in tal senso e partì all’avventura con “Il Caffè”, in tandem con Lillo Alaimo; quasi un paradosso il fatto che a “lanciare” il giornale, riservando un’ampia intervista a Giò Rezzonico, fu… Silvio Flavio Maspoli sul “Mattino della domenica”, cioè la testata che “Il Caffè” andava a sfidare per tempi di edizione (la domenica) e per modalità distributiva (le cassette) e per formula (la gratuità). Lasciamo da parte le definizioni: bel pacchetto di redazione, perno logico-culturale-cronistico su Libero D’Agostino anch’egli ex-“Eco” e proveniente dall’“altra Notizia” dove operò sino alla chiusura con un gruppo di redazione ormai ridotto a sei effettivi per 24 o 28 pagine “tabloid”; e circa tale esperienza, “querelle” e querele comprese, non occorrono troppe narrazioni essendo il settimanale comparso sino a buona metà del 2021. Il caffè è per sua natura solubile, “Il Caffè” non chiuse ma si sciolse, e la sua traccia confluì nella “Domenica” di casa CdT, cui collaborò tra l’altro Patrizia Guenzi, compagna e poi moglie di Lillo Alaimo, trasversale nella storia avendo operato editorialmente ai servizi anche ai tempi dell’“altra Notizia”.

Una chiusura bisognerebbe trovare, a questo punto, prima che il flusso dei ricordi diventi sommersivo. Faremo dunque come avrebbe fatto Lillo Alaimo, nell’ultima riga, ricordando che il cronista resta cronista da vivo e da morto. E dunque: la data delle esequie non è ancora stata comunicata, fine.

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