Di due sue grandi squadre nel femminile, Busto Arsizio quota Pallacanestro Antoniana (che era poi stata esito della fusione tra Antoniana e Cestistica Bustese) a metà Anni ’80 e Varese quota Basket Laghi ad inizio del presente millennio, uno, venuto da lontano. Dei suoi Lugano Tigers, la cui sede sta lì a meno di due chilometri se si scende lungo via Giacomo e Filippo Ciani che si distende poi su viale Cassarate, tanti: dal presidente Alessandro “Cedro” Cedraschi a chi della società è ossatura silente e dietro le quinte. Da altre realtà, se non le persone, quantomeno le manifestazioni di cordoglio ai congiunti del non fu Andrea Petitpierre, stamane, in cerimonia religiosa sotto austere lapidi di quello che ad un tempo era mero pensiero laicista, nel Tempio crematorio al centro del camposanto di via Trevano a Lugano e sì, trovandoci lì da cronisti e da amici abbiamo anche pensato che il nome del non fu Andrea Petitpierre, sul vicino Famedio se al Famedio fosse impressa quell’identità di memoria visibile ad onore di quanti Lugano interpretarono ed esaltarono in vita, dovrebbe aleggiare ed infine posarsi. Oppure, e con impegno cui piacerebbe che concorressero tutti gli attori presenti e passati della palla al cesto sulle rive del Ceresio, che al non fu Andrea Petitpierre – formatore, istruttore, allenatore di basket, tennista da ottimi numeri – sia almeno dedicata una sala nel futuro complesso del tanto atteso Palabasket, sempre in zona cioè sul fronte di Cornaredo che dà verso l’ex-“Termica”, opera che egli non potrà veder compiuta benché da lui caldeggiata e cullata, come sogno, quand’ancora con il baloncesto si riempivano le palestre.
Abbiamo scritto: il non fu Andrea Petitpierre. Non che si stia rifiutando l’idea della morte, e di quella morte in ispecie; si sta affermando che esistono persone il cui spirito rimane vivo senza bisogno che al pensiero vogliasi annettere una posizione fideistica, un credo, un’irrazionale ostinazione. All’ambone ha parlato Thomas Fabrice N’Semi Mboungou, per tutti don Fabrice, parroco di Carona che di Andrea Petitpierre era stato luogo-perno in Ticino: e ha affermato una cosa dannatamente evangelica, parlando di talenti che uno riceve – chi cinque, chi due, chi uno; non c’è nemmen stato bisogno di citare le pagine di Matteo 25, 14-30 – e che è chiamato a trafficare, a muovere, a far fruttare; “Kod feci”, direbbe ora il non fu Andrea Petitpierre, riecheggiando l’Arne Saknussemm alchimista evocato da Jules Verne e che altri non era se non’invenzione letteraria, certo, ma ancorata alla figura del letterato Árni Magnússon. E che cosa c’entra Arne Saknussemm? C’entra: perché quando si viaggia per ore nell’andata e nel ritorno, da un capo all’altro della Svizzera o dell’Italia, nel mezzo c’è un confronto da disputarsi ma nel contorno si parla di pallacanestro, di altri sport, di amici e di parenti e di affini, di auto e di ipoteche e soprattutto durante i viaggi di rientro, decantato che sia l’esito della partita, per ingannare il tempo tra il sonnellino ed il panino qualcuno si butta sui libri. Aneddoto di oltre 40 anni addietro, Busto Arsizio femminile al primo anno di serie A1, trasferta a Trieste, persa di 20 ma con grande onore perché metà squadra era fuori combattimento a causa d’un ciclico ricorrere, chi voglia intendere, tanto che la pivot Nadia Caon da Gavirate provincia di Varese partì titolare ed infilò 15 punti nella prima metà del primo tempo, sicuro suo massimo storico per rapporto tra palloni giocati e punti realizzati: esaurite le batterie per i due “walkman” in dotazione collettiva, a bordo del mezzo vi fu chi si ingegnò per trovare qualcosa di leggibile e forse dai resti di una gita scolastica ospitata sul veicolo stesso spuntò per l’appunto una copia di “Viaggio al centro della Terra” che è opera ancorata ad un espediente narrativo cioè al fittizio cartiglio lasciato dal fittizio Arne Saknussemm. Da un sedile all’altro del pullman rimbalzò la voce del non fu Andrea Petitpierre, sempre disposto a discorrere di cose piccole e di cose celesti; seguirono 300 chilometri all’insegna della letteratura comparata e della buona cucina e dell’Onnipotente, da quel fine-settimana zero punti per la classifica ma tanta buona condivisione di buone conoscenze, ché la cultura ha pur sempre un senso, alta o bassa che sia.
Una cerimonia di quelle che rendono giustizia allo scomparso, ecco. Che visse come aveva voluto vivere, rischiando “in proprio” (con qualche cugino, ad esequie concluse, anche il richiamo ad asprezze sofferte dal non fu Andrea Petitpierre: si dissertò sulla Sicilia cestistica e spuntarono piazze come Termini Imerese e Priolo ed invece, vedi un po’ quanto la memoria può essere fallace, il caso sommamente irritante era maturato ad Alcamo, per via di una salvezza conquistata al massimo livello ed alla quale seguì la… mancata iscrizione al campionato successivo. Il non fu Andrea Petitpierre rischiò di somatizzare tale affronto, “A che è servito tutto quell’impegno, dimmi tu”). E che – l’ha detto il Cedro, invitato ad esprimersi in nome della comunità, a connubio tra commiato civile e commiato religioso – era soggetto capace di slanci inattesi nell’amicizia e nella compartecipazione, quasi quattro lustri tra palestra e campo ed acquisti e cessioni e contratti “impossibili” (fu un’impresa il riportare a Lugano un Mohamed Hassan “Mo” Abukar, per dire) e risposte nei momenti difficili e domande in quelli facili, oh, chiaro, se esisteva un modo per spremere le casse e per portare a casa un buon giocatore o una buona giocatrice il non fu Andrea Petitpierre non esitava a bussare alla porta, “Ci serve un quattro”, “E dove lo/la prendiamo?”, “Andiamo a vedere l’allenamento a…, un tale/una tale potrebbe fare al caso nostro”, quattr’ore in auto sotto la più feroce orda monsonica che si sia mai abbattuta sul Vecchio Continente (ovvio, sappiamo che i monsoni non hanno diritto di cittadinanza in Europa; si raffigura solo il concetto, evitandosi di cascare sotto le stucchevoli iterazioni delle bombe d’acqua e dei “downburst”), improvviso incappamento non sapendosi più se proseguire o far retromarcia per via della strada allagata, infine giro largo su percorsi buoni solo se uno è abituato alle Regie trazzere della Trinacria secondo verbo del commissario Montalbano Salvo, ed all’arrivo il sentirsi rispondere che “Oh, spiace, chi state cercando non è più qui”, e quella volta non si stava parafrasando da Matteo 28, 1-10 anche se qualche menzione dell’Altissimo ed appena due tacche sotto l’“Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, durante il rientro alla base, fu effettivamente espressa; all’insaputa del non fu Andrea Petitpierre, e della persona che era con lui, di quel soggetto era già stato firmato il trasferimento, ma ad altra società. Al malumore si rimediò con una cena nel ristorante che ci era stato suggerito dell’agente del giocatore e cioè da colui che il non fu Andrea Petitpierre aveva fatto muovere per nulla (“Andate là, dite che vi ho raccomandato io”); per qualche minuto, a pasto concluso e dopo le lodi alla cuoca, si faticò per resistere alla tentazione di far mandare il conto al procuratore fedifrago.
“Tòn tethnekóta mè kakolegeìn”, “De mortuis nihil nisi bonum”? Così si vorrebbe, eppure il non fu Andrea Petitpierre rifuggiva dal pensiero stesso della perfezione. Da un parente stretto, che si ringrazia per l’aver condiviso più d’un minuto strappandolo alle lacrime sue e nostre, il ricordo di quei momenti d’ira che duravano 30 secondi, non uno di più e non uno di meno, e di una schiettezza che poteva sconfinare nel “Con te ho chiuso”; capirete, tira e tira anche un canapo da marinai può rompersi. Spendiamo allora, a congedo, il pensiero di Milutin Nikolic, allenatore giramondo (“Oh, sto lavorando ancora giù, in Africa, dalle parti di Abidjan”) di cui il non fu Andrea Petitpierre era stato assistente e che, foss’anche cascato il mondo, a codest’estremo saluto non sarebbe mancato: “Sai, era uno che di basket capiva, prima degli altri”. Nella foto GdT, e posta nella disponibilità dei colleghi della testata “IlBustese.it” oltre che dei quotidiani collegati, un momento della cerimonia.



