Due anni, sei mesi, tre settimane e tre giorni, cioè il periodo intercorso fra venerdì 29 settembre 2023 e giovedì 23 aprile 2026, sono stati necessari ad una cittadina svizzera domiciliata in Ticino per passare dal ruolo di accusata di gravi delitti in àmbito patrimoniale a quello di definitivamente prosciolta con sentenza del Tribunale federale. Un’enormità per qualsiasi privato, ma a far specie è il nome del soggetto trovatosi dall’oggi al domani in condizione di sofferenza e di potenziale soccombenza, pur essendosi dichiarato sin dal primo istante dichiarato estraneo agli addebiti del caso: Simonetta Perucchi in Borsa, avvocata, figlia di cotanto suo collega nella professione ovvero Fiorenzo Perucchi fondatore e titolare di studio legale in Lugano dal 1959, operante ella nella sede medesima con la sorella Francesca Perucchi in Casamassima oltre che con uno stuolo di considerevoli professionalità. Ebbene: oggi, dal Consiglio della magistratura, l’annuncio dello stralcio (leggasi sotto la colonna “Carta straccia, e lo era da quel dì”) del procedimento disciplinare attivato contro la stessa Simonetta Perucchi Borsa, e ciò a distanza di due anni, cinque mesi, tre settimane e tre giorni da quel venerdì 27 ottobre 2023 in cui la notizia dell’apertura del procedimento penale era giunta alle orecchie dei cronisti. Ciò per un fatto invero risoltosi già venerdì 16 febbraio 2024, quando dallo stesso ministero pubblico cantonale era stata comunicata la decisione di abbandono del procedimento penale. Per effetto del menzionato stralcio, l’avvocata Simonetta Perucchi Borsa è anche stata reintegrata – e con effetto immediato – nel ruolo di componente il Consiglio della magistratura.
Il caso, al tempo cavalcato (sempre nel rispetto dell’interessata, eh, come no?) da vari interpreti del contesto giudiziario cantonale e di transenna da qualche speculatore politico, aveva trovato origine in una sentenza del giudice Amos Pagnamenta al termine del processo contro Nicolò Svizzero, “broker” e banchiere privato e insomma giudicato responsabile di una truffa a cifre pesanti (ballavano quasi 30 milioni di franchi, a somme da destra a sinistra e dall’alto in basso); complesso il percorso, ai margini della sentenza era in sostanza maturata una richiesta di valutazione delle responsabilità penali dell’avvocata Simonetta Perucchi Borsa, per via del fatto che ella non avrebbe operato con la dovuta diligenza nel consentire il transito di una considerevole cifra sul suo conto clienti; nel senso che i soldi erano veri, erano tanti (4.5 milioni di franchi), erano venuti dallo stesso Nicolò Svizzero ed erano stati correttamente indirizzati, a mo’ di risarcimento ovvero di rifusione del danno causatosi, ad una delle persone che da Nicolò Svizzero erano state truffate e che giustamente si era rivolta all’autorità giudiziaria al fine di ottenere soddisfazione. Apriti cielo: ipotizzato il mancato controllo sull’origine dei quattrini, cioè se tali risorse fossero “pulite” oppure “opache”. La palla di neve divenne slavina e poi si unì ad altre slavine: all’avvocata furono contestati il riciclaggio di denaro, la carente diligenza in operazioni finanziarie, la falsità in documenti e persino l’omissione della contabilità.
Tutto azzerato nel volgere di sei mesi, come si può riscontrare dalla cronologia. Pardon, no: tempi lunghi, decisioni ponderabili e ponderande, algoritmi privi di ritmo, e storiaccia infine risolta. Sempre curiosi di sapere se, nell’incrociare Simonetta Perucchi Borsa dalle parti di via Pretorio, qualcuno non scantonerà passando sul marciapiede opposto. E sempre curiosi di sapere quale “ratio” sia subsidente a certi tempi biblici, nell’erogazione della giustizia.



