Non stava granché bene, negli ultimi tempi; con una vistosa medicazione sul volto si era presentato ad un recente raduno delle sue “bimbe” (forse è stato l’unico allenatore, nella palla a spicchi al di qua ed al di là del confine, a poter far uso di tale appellativo senza che su di lui si abbattessero gli strali di qualche profetessa del “Noli me tangere” verbale), e come “bimbe” per eccellenza sono da intendersi le superstiti della meravigliosa Antoniana Busto Arsizio in marchio Ibici che salì dalla A2 alla A1 italiana e lì rimase a lungo. Da un “ictus” cerebrale è stato portato via nelle scorse ore Andrea Petitpierre, anima del basket, allenatore dalla carriera impressionante, maschile e femminile ma soprattutto la versione “lei” di cui aveva incarnato una dimensione esplosiva e della quale aveva anche saputo riconoscere le distorsioni, il venir meno dell’afflato, il calo di popolarità e di interesse. Bresciano per nascita, in discendenza di un’ampia dinastia di industriali elvetici ed anzi elveticissimi (“Ho tre attinenze ed ogni volta, al Consolato, si mettono a ridere perché pare che sia un privilegio di pochi, almeno tra quelli che vivono in Italia”) e svizzerissimo in tutto, tra le relazioni familiari anche una parentela con Max Petitpierre che fu consigliere federale e per tre volte presidente della Confederazione; tra Lugano (quartiere Carona, dove la madre era proprietaria di uno stabile) e Milano (oh, l’appartamento sul fondo di via Giuseppe Ripamonti, piano terzo che era effettivamente un piano secondo: l’ordine perfetto dato dal disordine meglio organizzato che si potesse mai trovare) gli spostamenti, logistica funzionale anche a varie tra le panchine su cui era andato a sedersi nell’arco di oltre mezzo secolo.
L’esordio, all’età di anni 24 su quei 77 maturati appena l’altr’ieri e ci si preoccupò infatti della mancata risposta agli auguri inoltrati, ebbe luogo sulla panca del Team72 Milano, che era società di famiglia essendo coinvolto anche il padre, e la scoperta dell’essere lo sport agonistico tutt’altro che missione nel nome e nel segno del barone Pierre De Coubertin: c’era la squadra e c’erano i quattrini e c’erano i risultati, ma uno dei “federales” contro i quali si sarebbe poi accanito il Jordan, e parliamo di Aldo Giordani telecronista e fondatore di “Superbasket”, spadellò a quattr’occhi la verità “politica” e cioè che al Team72 era preclusa la facoltò di ascendere ad una categoria professionistica, a men che fosse stato deciso il trasferimento fuori da Milano. Aveva anche giocato, sì, Andrea Petitpierre, sui livelli della serie D tricolore, aletta con mano in “swing” accentuato; ma per disciplina sportiva propria egli prediligeva il tennis, tesseramento inevitabile alla “Canottieri Milano” che era peraltro il suo vero e proprio ufficio, una sorta di salotto in cui ricevere amici e conoscenti e chi volesse anche fare solo due chiacchiere; arrivò anche tra i primi mille al mondo, e come doppista continuò sino alla categoria “Master”, numero 76 nel “ranking”. Di esperienze, millanta: femminile tra Pavia, Busto Arsizio, Faenza (da quelle parti, nel Ravennate “basso” e meglio a Brisighella, egli aveva stabilito il “buen retiro”), Bari, Alzate Brianza, Cesena, Sesto San Giovanni, Alcamo, Varese, Malnate in provincia di Varese, Venezia, Priolo, Alessandria e Milano, con non infrequenti ritorni (Faenza ed Alcamo, ad esempio); maschile con la Nazionale svizzera “Under 20” e soprattutto ai Lugano Tigers, da capoallenatore e da vice e da consulente “senior”, parecchie le vittorie ed un paio i titoli, rapporto speciale con Alessandro Cedraschi presidente e con Valter Montini suo collega; ma c’erano state anche tappe a Sion ed a Nyon (“Tu sais, c’est un retour aux sources”; “Appena dico che mi chiamo Petitpierre, da queste parti mi domandano se sono cugino di quello e fratello di quell’altro”).
Per credo, e soprattutto negli anni della maturità, Andrea Petitpierre è stato un cattolico con posizioni critiche, molto aperto verso i riformati (“Beh, capirai, in famiglia abbiamo un po’ di tutto, almeno da cinque secoli a questa parte”), letture teologiche impressionanti, seriamente influenzato dagli ambienti del “Leone XIII” di Milano che era poi istituto ispirato a rigore ed a visioni coerenti; il tutto con l’apparente contraltare di un atteggiamento giocoso, come se la vita fosse da prendersi alla leggera, vari i legami stabili ma nessun matrimonio (discorso plurime volte ripetuto: “Le donne mi sopportano per un po’, e poi…”). Negli studi, potenzialmente un accademico ma i corsi alla facoltà di Giurisprudenza, dove pure aveva superato a massimi voti alcuni esami con docenti solitamente orientati a far strame degli studenti, erano stati interrotti un po’ per esigenze aziendali, un po’ per la passionaccia del basket, un po’ perché quisque auctor fortunae suae. Per pensiero politico, un liberale nel senso storico; durante il ritorno da una trasferta a Schio in provincia di Vicenza, ai tempi della Antoniana Busto Arsizio in A1, Andrea Petipierre tenne sul pullman un’autentica conferenza circa le sfumature del liberalesimo, trovando quale interlocutrice principe un’altra che ne sapeva, e trattavasi di Maria Octaviana “Diana” Bitu, naturalizzata italiana, rumena per nascita, fuggita dal suo Paese approfittando della convocazione in Nazionale agli Europei 1970 in Olanda e cioè evadendo dalla finestrella della “toilette” di un ristorante a Rotterdam.
Conosceva tutti e da tutti era stimato, l’uomo che era Andrea (e qualche altro nome) per quelli dei Servizi demografici ma “Little Tony” in una ristretta cerchia di amici. “Little Tony” come il cantante, benché egli mai avesse cantato, e per quale motivo? L’idea era venuta ad un tizio che era stato suo addetto-stampa (cioè addetto-stampa di una società sportiva in cui Andrea Petitpierre allenava) e poi suo agente occulto (“Dai, trovami una squadra, ho ancora voglia di andare in panchina”: ci scappò un paginone sul “Mattino della domenica”) e poi suo presidente in una sfortunata stagione agonistica nella A1 di Tricoloria: unico passaporto, quello rossocrociato, benché persino sulla stampa egli figurasse come “italiano”, così come Antonio Ciacci in arte “Little Tony” aveva il solo passaporto della Repubblica di San Marino benché tanti o quasi tutti, sino alla sua morte, lo avessero classificato come italiano. “Vorrà dire che faremo un gemellaggio tra Brescia e Tivoli”, celiò Andrea, una volta che l’analogia – in funzione dei luoghi di nascita – gli fu spiegata per filo e per segno.
Si era anche ritirato nel 2014, Andrea Petitpierre, dichiarando l’addio alle scene dopo aver trionfato con i Lugano Tigers in un drammatico spareggio al settimo incontro. Il tempo dell’addio (“Sono vecchio, lascio ad altri”) era tuttavia durato più o meno cinque minuti. E potremo dire che egli è morto, sì, ora, ma con la palla in mano; come quelli che vincono, al di là delle vittorie.



