Tranquilli: così come potete tranquillamente spegnere il cellulare quando entrate in chiesa, ché l’Onnipotente dispone sicuramente del vostro numero ma è abituato ad altre (e più elevate) modalità di contatto, con altrettanta ed altrettale certezza potete cestinare le “e-mail” personali che vi giungano con riferimento alla Polcantonale e da chi sostenga, affermi, dichiari e soprattutto millanti l’esprimersi e l’intervenire e l’agire a nome di essa: primo, perché trattasi del solito “phishing” ora in declinazione territoriale; secondo, perché se avesse proprio bisogno di parlarvi il comandante Matteo Cocchi vi manderebbe gli agenti a casa o vi farebbe convocare per le vie brevi, ecco. Si avverte tuttavia il colto ed inclito pubblico del sussistere – e ne riferisce oggi anche il portavoce della Polcantonale – un fresco freschissimo più fresco che mai tentativo di indurre il prossimo nella tentazione di replicare ad una missiva ignorantemente concepita e pacchianamente redatta, sicché entro 72 ore s’avrebbe l’obbligo di rispondere passando dal solito “link” truffaldino, et similia; in pratica, il destinatario dovrebbe abboccare ad uno scritto solo perché lì stanno scritti nomi e cognomi di fantasmarogici Pinchi Pallini, con tanto di gradi e di linguaggio assertivo in qualche modo riconducibile – ma proprio alla lontana, ci vuole un bello sforzo di fantasia – alla Polcantonale. A proposito: quelli che vi sarebbero addebitati sono crimini gravi, roba da ingresso diretto nel sistema carcerario elvetico con proposta di internamento a vita una volta espiata la pena; e di tali reati vi si rende edotti con due paragrafi strepenati via posta elettronica. Certo, come non preoccuparsi, come non crederci?
Dandosi per scontato il fatto che qualunque cittadino con minimi fondamentali (ossia capace di accedere alla sua casella di posta elettronica e di mandare due righe e di leggere due righe che gli siano state inviate) sa riconoscere il nigeriano delinquente e truffatore di turno, e dicesi “nigeriano” dal momento che il metodo è quello delle “gang” dei pescatori informatici – come se non bastassero quelli che si spacciano per “guru” e pontefici di autocefale sette parareligiose – da Lagos e dintorni, non servirebbero nemmeno raccomandazioni specifiche. Sulla falsariga del già mille volte detto, e del rinnovato invito alla cautela da parte dell’autorità di polizia, valgano i suggerimenti dell’uomo comune: mai rispondere, mai fornire dati personali o sensibili, mai mettere il puntatore su “link” cui si sia indirizzati, mai aprire allegati (anche se in formati all’apparenza “sicuri”, .jpg e .pdf a mo’ di esempio), verificare sempre l’indirizzo del mittente (se vedete “Polizia cantonale”, potrebbe trattarsi di un “PoIizia cantonaIe”; ma le “elle” minuscole della prima dicitura sono state sostituite con “i” capitali nella seconda). E, in ultimo, non esitare nel rivolgersi alle forze dell’ordine: basta una “e-mail” (questa sì vera) all’indirizzo prevenzione@polca.ti.ch, la vostra comunicazione sarà di ausilio nelle indagini (o, alla peggio, nelle statistiche).



