Varese, ergastolo all'unico imputato per l'omicidio di Lidia Macchi

Varese, ergastolo all'unico imputato per l'omicidio di Lidia Macchi
Sentenza di primo grado a carico del 50enne Stefano Binda: nel gennaio 1987, secondo i giudici, la sua mano avrebbe infierito per 29 volte sul corpo della studentessa il cui cadavere fu trovato a distanza di due giorni dal decesso. Punto fermo, per ora, sul “cold case” riaperto in modo clamoroso nel 2016. Ma molti, troppi dubbi restano.

Con un atto di verità giudiziaria che più d'uno dubita sposarsi con la verità storica, al di là delle opinioni espresse dalla pubblica accusa durante il processo, in Corte d'assise al Tribunale di Varese (Italia) è stato condannato oggi all'ergastolo il 50enne Stefano Binda, unico soggetto su cui gravava l'accusa - confermata nel verdetto del giudice Orazio Muscato con l'aggravante della crudeltà, ma senza i pretesi “motivi futili ed abbietti” - come unico autore dell'omicidio della studentessa Lidia Macchi il cui corpo senza vita venne trovato nella giornata di martedì 7 gennaio 1987 in un'area boschiva prossima all'abitato di Cittiglio (Varese). Lidia Macchi (nella foto), varesina del rione Casbeno, 20 anni all'epoca del tragico decesso, era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza a Milano avendo in precedenza frequentato il liceo-ginnasio “Ernesto Cairoli” di Varese, lo stesso cui era stato iscritto Stefano Binda; entrambi partecipavano inoltre alle attività negli ambienti del gruppo varesino di “Comunione e liberazione”.

La ragazza scomparve nel tardo pomeriggio di domenica 5 gennaio (ultima traccia, la visita ad un'amica ricoverata in ospedale); il cadavere, trafitto da 29 coltellate, fu scoperto due giorni più tardi nella zona del Sass Pinì di Cittiglio, a lungo considerato - ma anche tale ipotesi è stata largamente contestata in aula - come il luogo dell'omicidio. A nulla condussero le indagini, nel cui contesto venne indagato anche il sacerdote don Antonio Costabile; il “cold case”, in apparenza destinato a rimanere insoluto, fu riaperto nel gennaio 2016 con l'arresto di Stefano Binda, sulla scorta del presunto riconoscimento della sua grafia in una lettera anonima - sotto forma di lirica, “In morte di un'amica” il titolo - fatta pervenire ai genitori di Lidia Macchi nel giorno delle esequie di quest'ultima. Da qui una ricostruzione a ritroso in cui ad ogni pezzo del teorema accusatorio, nel frattempo passato da mano in mano per il subentro del pubblico ministero Gemma Gualdi alla collega Carmen Manfredda che aveva aperto il nuovo “dossier”, i difensori Sergio Martelli e Patrizia Esposito hanno opposto argomenti altrettanto se non più validi, a partire dall'alibi di Stefano Binda che nel periodo compreso tra Capodanno ed Epifania 1987 si sarebbe trovato in vacanza comunitaria con altri 50 giovani (almeno due dei quali hanno convalidato tale tesi) a Pragelato, Comune all'estrema periferia occidentale della provincia di Torino, a distanza di oltre 250 chilometri dal luogo del delitto. Polemica nella polemica, sempre in corso di processo, la scoperta del fatto che una serie di reperti organici - e presumibilmente contenenti le tracce biologiche dell'omicida in almeno uno degli 11 vetrini a suo tempo raccolti - era stata fatta distruggere nel 2000 per esigenze di spazio negli archivi dell'Ufficio corpi di reato dello stesso Tribunale di Varese: al giudice competente per tale decisione fu in realtà sottoposto solo un elenco di numeri dei procedimenti penali dei cui materiali veniva “suggerita” la soppressione, senza riferimento specifico ad una vicenda che ha continuato ad aleggiare come un fantasma sulla città e sui dubbi di coloro che di Lidia Macchi (e di Stefano Binda, in verità soggetto ignoto ai più sino al giorno della sua irruzione sulla ribalta della cronaca) erano più o meno coetanei.

A lungo, nel corso degli ultimi due anni e tre mesi, è stata scandagliata la vita di Stefano Binda, che già prima di giungere agli studi universitari aveva avuto occasionali problemi di tossicodipendenza. Frammenti di conversazioni, foglietti lasciati in un diario, testimonianze sull'alibi, tutto ha concorso ad una valutazione del quadro d'insieme cui però, a tutt'oggi, vari interrogativi sembrano rimanere senza risposta. Lidia Macchi fu uccisa perché avrebbe di sicuro raccontato di essere stata vittima di un'aggressione a scopo sessuale? Possibile; non certo, ma possibile. Vi fu aggressione sessuale, o si trattò di un rapporto consensuale, e proprio con Stefano Binda o con altra persona? Mistero. Qualcuno vide, o almeno qualcuno scoprì quel cadavere martoriato prima del ritrovamento ufficiale? Probabile: umidi il terreno e l'aria, in quei giorni di primo gennaio, ma il corpo era quasi tumulato sotto alcuni cartoni risultati asciutti. Quanto alla poesia “In morte di un'amica”, quasi riecheggiante quel “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”, un coerente testimone - si chiama Giuseppe Sotgiu, figura ai tempi assai vicina all'imputato, compì poi la scelta sacerdotale - ha con chiarezza indicato che in nessun modo sarebbe riconoscibile la cifra di scrittura che era propria di Stefano Binda; conoscenza dell'ambiente indica poi che i concetti espressi in tale lirica erano comuni a decine di giovani iscritti allo stesso liceo e/o coinvolti nell'esperienza di “Comunione e liberazione”.

Di Lidia Macchi, estumulata per esigenze processuali e tornata a riposare nel camposanto di Casbeno (è a fianco del padre Giorgio, deceduto nel 2016), rimangono il sorriso e, per tramite soprattutto della madre Paolina Bettoni, una memoria da molti condivisa. Un colpevole di quella morte, almeno per la giustizia, ora esiste. In appello, preannunciato oggi in coincidenza con la lettura delle motivazioni che saranno disponibili fra tre mesi, chissà se sarà lo stesso, chissà se qualcun altro vorrà parlare, chissà se avranno identico valore le prove ora interpretate in un senso.

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