A margine / Per Beppe una bacheca che è già muro del pianto

A margine / Per Beppe una bacheca che è già muro del pianto
Decine tra messaggi, fiori, bottiglie vuote di birra e fotografie nel punto in cui, alla stazione Ffs di Giubiasco, giovedì scorso uno studente 18enne fu travolto dal treno in transito. È la testimonianza di una sofferenza condivisa, è il segno di una giovane comunità che si stringe attorno all'amico scomparso.

Arrivano, si fermano, leggono. Leggono, e depongono una rosa, ed alla bacheca fra il secondo ed il terzo binario aggiungono due righe, un foglio portato da casa, una foto scattata nei giorni della spensieratezza e dell'allegria condivisa. A decine, lì, tra i singhiozzi continuano a rendere un saluto postumo all'amico. Quel ragazzo di 18 anni che appena quattro giorni addietro era con loro e che è stato strappato al loro cuore dall'imponderabile sotto forma di treno diretto in transito, l'urto, l'urlo di quanti stavano assistendo alla scena, il sangue, la morte nell'aria. Lo raccolsero che ancora respirava, Beppe, giovedì scorso; se ne sarebbe andato di lì a poco, troppo gravi le lesioni.

È un pellegrinaggio continuo, ancor oggi, alla stazione Ffs di Giubiasco, teatro di tragedia e luogo d'incontro tra quanti, nell'animo, si considerano sopravvissuti. “Mi domando il perché”, così la traccia lasciata con scrittura incerta da una ragazza. E poi: “Ehi, bro, quante ne abbiamo fatte, e quanti erano i nostri progetti”; a fiumi i “Non ti dimenticheremo” ed i “Resterai sempre nei nostri cuori”, i “tag” schizzati con un colpo di vernice, blu e rosso i colori che prevalgono nei messaggi. Quasi assenti gli addii, molti gli arrivederci. Frammenti di racconto, parole spese, qualche bottiglia vuota di birra per dire che stasera abbiamo bevuto nel ricordo di te, amico scomparso. Fra un treno che arriva ed uno che parte, il tempo di aggiungere la firma sotto l'elenco delle condoglianze e della compartecipazione al dolore. E la piccola folla si apre, quasi per gerarchia riconosciuta, quando giunge uno che di Beppe doveva essere amico fraterno e che porta un papiro su foglio A3, rotolo di “scotch” tra i denti, e che cerca spazio per l'affissione ma senza invadere il campo altrui: “Mettilo qui, ti do una mano”, e ad altezza d'uomo compare il tatzebao che del ragazzo scomparso racconta in un certo modo la vita, formidabili quegli anni che non torneranno più perché ai nostri giorni, qualunque cosa ci accada, mancherà quel gusto che c'era stando con te.

Compostezza e silenzio e rispetto, prima ancora e più ancora dei testi, ci dicono che Beppe era amato e che, nel suo incedere dall'adolescenza verso la gioventù, godeva di simpatia e di consenso. Destinato a diventare un capo, quale che sia il senso della cosa e cioè forse un protagonista delle feste, un motore instancabile della curiosità, ed infine un fratello maggiore cui chiedere consiglio perché, qualunque errore tu stia per commettere, è sempre meglio rivolgersi a chi tali errori abbia già affrontato e dunque goda del privilegio dell'esperienza. E adesso, che si fa adesso, che si fa da ora in poi, se a coprirci le spalle non c'è più Beppe? Che si racconta, non potendo magari scaricare sulle sue spalle - ed affidare al suo senso innato dell'improvvisazione verbale - il momento in cui occorre inventare una giustificazione per il ritardo a scuola? Che cosa continueremo a provare, entrando in aula e trovando vuoto quel banco, e scoppiando in lacrime nel mezzo di una lezione che non si ha più voglia di seguire? Perché questo accade, e continuerà ad accadere: “Non importa la distanza che c'è tra di noi - sta scritto sull'effimero muro del pianto -, non possiamo fare a meno di sentirti qui”.

Uno che ci sarebbe piaciuto conoscere, Beppe.

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