Vincono 5stelle e Lega, dalle urne esce un'Italia ingovernabile. O quasi

Vincono 5stelle e Lega, dalle urne esce un'Italia ingovernabile. O quasi
(ULTIMO AGGIORNAMENTO E RIEPILOGO, ORE 19.20) Si chiude alle urne l'esperienza del Centrosinistra di governo con tre presidenti in successione. Crollo del Partito democratico e dimissioni del segretario Matteo Renzi; trionfano Luigi Di Maio e Matteo Salvini, quest'ultimo capace di diventare figura egemone nel Centrodestra a danno di Forza Italia. A chi l'incarico di formare l'Esecutivo?

(ULTIMO AGGIORNAMENTO E RIEPILOGO, ORE 19.20) L'affermazione del Movimento5stelle come primo partito (32.64 per cento alla Camera dei deputati e 32.17 per cento al Senato della Repubblica, con punte oltre il 40 per cento al Sud) e del Centrodestra come coalizione (37.09 e 37.55), in coincidenza con il tracollo del sinora egemone Partito democratico (18.71 e 19.14) e con l'insuccesso dell'intero Centrosinistra oltre che degli scissionisti legatisi all'effimero progetto di Liberi&Uguali (3.37 e 3.27 per cento), come elementi-chiave della tornata elettorale consumatasi ieri con le Politiche in Italia. Nel segno dell'apparente ingovernabilità, non essendo alcuno schieramento riuscito a raggiungere la soglia utile per conseguire il premio di maggioranza e valendo i dati quasi definitivi - mancano 126 e 61 sezioni rispettivamente su 61'401 - nello spoglio delle schede, si pone ora il compito di Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, cui tocca la responsabilità di attribuire l'incarico per la formazione di un Esecutivo; la situazione è resa ancor più complessa dai veti incrociati e dal sorpasso della Lega (17.40 contro 14.03 e 17.65 contro 14.44 per cento) su Forza Italia all'interno del Centrodestra, laddove pur in presenza di un contratto stipulato e condiviso sul diritto di primogenitura interno - in sintesi: a dettare la linea sarebbe stato chi prende un voto in più - non tutti gradirebbero la figura di Matteo Salvini come referente in nome della Lega stessa, espressasi peraltro ai massimi storici ed avendo quadruplicato i consensi nell'arco di soli cinque anni.

In attesa di evoluzioni che si sviluppano per ora solo nelle predizioni degli alchimisti della politica e del giornalismo (“Noi parleremo con tutti, ma per ogni accordo si dovrà sottostare alle nostre condizioni”; così Luigi Di Maio per i pentastellati: “Noi siamo nel Centrodestra e questa è l'unica via di governo”, la replica di Matteo Salvini), significativi almeno tre aspetti: a) la dicotomia Nord-Sud (Centrodestra dominante da una parte, Movimento pigliatutto o quasi nel Meridione, addirittura con 28 collegi uninominali su 28 in Sicilia); b) le difficoltà incontrate dai forzisti nel proporsi come fulcro su un lato dello schieramento politico e nonostante la campagna martellante condotta da Silvio Berlusconi, già presidente del Consiglio; c) l'irrilevanza delle formazioni “non storiche”, in gran parte rimaste sotto la soglia del tre per cento ed in ogni caso ben lontane dagli obiettivi (i Liberi&Uguali, proposti come casa comune della Sinistra dura e pura ma sconfessati anche su quel lato dalla presenza di partitini ed organizzazioni velleitarie, godevano alla vigilia di sondaggi con quote fra il sette e l'otto per cento; disastrosi i risultati personali delle figure “forti”, quali Pietro Grasso presidente uscente della Camera, Laura Boldrini presidente uscente del Senato e Massimo D'Alema già segretario politico del Partito democratico). A ciò si aggiungano la disfatta del Partito democratico, arenatosi su troppi proclami e su scarsa sostanza nella gestione degli Esecutivi con Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni Silveri e crivellato da una serie impressionante di scandali, e la notevole partecipazione degli elettori con affluenza effettiva al 72.93 per cento alla Camera (per cui votano tutti i maggiorenni) ed al 72.99 per cento al Senato (per cui l'età minima è fissata a 25 anni); al “referendum” del novembre 2016 sulle modifiche costituzionali imposte dallo stesso Matteo Renzi, la partecipazione al voto si era fermata a meno di due aventi diritto su tre.

Ripercussioni sono attese già nelle prossime ore. Risolta a stretto giro di telefonate l'incognita primaria: Matteo Renzi, precedendo le pretese della minoranza interna, si è dimesso nel tardo pomeriggio dal ruolo di segretario del Partito democratico. E potrebbe essere questa la chiave di volta: in caso di incarico assegnato a Luigi Di Maio, un Partito democratico privatosi del “conducàtor” caduto in disgrazia e nelle mani di una sorta di comitato di salute pubblica riuscirebbe almeno ad accreditarsi come potenziale sostegno esterno all'Esecutivo, con formule non rare nella politica italiana quali il supporto tecnico su alcuni punti programmatici da definirsi e da condividersi. I numeri, a quel punto, ci sarebbero anche; scoglio non di poco conto è tuttavia la volontà dei pentastellati - se hanno senso le promesse della campagna elettorale - di procedere per prima cosa all'eliminazione di circa 400 leggi, tra le quali alcuni testi transitati e “timbrati” proprio nel recente periodo di governo del Centrosinistra. Tutto nella mente di Giove; ma non è una novità.

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