Gambarogno, spariti con la cassa. Dietro di loro, una voragine di debiti

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Gambarogno, spariti con la cassa. Dietro di loro, una voragine di debiti
Fornitori non pagati (pare), casa svuotata (cosa certa), affitti non corrisposti (quasi sicuro); ed altro ancora. Dalle propaggini del Gambarogno una storiaccia che rischia di danneggiare soltanto terze persone. L'inchiesta del “Giornale del Ticino”.

Dove siano, qualcuno sa. O meglio: l'una, cittadina brasiliana, si trova in Portogallo; l'altro, cittadino portoghese, risulta ancora sul territorio ma di fatto se l'è svignata da mesi, fatta eccezione per un rientro durato lo spazio d'un pomeriggio - il tempo necessario al fine di svuotare l'abitazione in una frazione del Comune di Gambarogno e di caricare un camion con masserizie ed altri beni - or è un paio di settimane. Sussiste la libertà di movimento, per carità, e nulla vi sarebbe da obiettarsi alle nuove scelte di vita; nulla, se non fosse che la partenza somiglia assaissimo a quella di un Cristiano di Magonza dall'assedio di Ancona in epoca di Federico I “il Barbarossa” dominante. Insomma, una fuga. Fuga dai creditori, e fors'anche fuga da quanti in sede giudiziaria hanno varie domande da porre. Hanno, o avrebbero: gli “inviti” a presentarsi, sino ad ora, sono rimasti lettera morta.

Ballano infatti quattrini, e si parla di varie decine di biglietti da mille - ad un primo e sommario computo il “buco” si situa anzi fra i 100'000 ed i 200'000 franchi - fra debiti in quanto tali, sottrazioni, mancata corresponsione di emolumenti e di affitti e mancata osservanza di obblighi di legge, nel caso che è da tempo oggetto di indagine della redazione del “Giornale del Ticino”. Fulcro della vicenda, un esercizio pubblico ora ribattezzato e sott'altra gestione (i nuovi titolari nulla hanno a che vedere con la vicenda): esercizio la cui titolarità era stata assunta dalla cittadina brasiliana, indicativamente alla metà del 2013, e mantenuta sotto altrui piena gerenza sino alle prime settimane del 2016; a questo punto, nel volgere di pochi giorni, locali liberati da oggetti di proprietà, personale sparito, cessazione dell'attività. Causa incombente sfratto, pare di capire, in forza della palese insolvenza nella corresponsione degli affitti. Beh: per quanto serio, non questo - ma lo si apprenderà in corso di inchiesta - era il problema principale, problema tra l'altro inspiegabile perché a rigor di frequenza da parte della clientela (bar dall'alba a tarda sera, servizio di ristorazione nella fascia di mezzogiorno), i conti sarebbero dovuti tornare almeno sulla parità, e con salari regolarmente pagati. Sorpresi gli avventori abituali; sorpresa la gerente (non preavvisata secondo termini di disdetta del regolare contratto e che pure si era prodigata in ogni modo al fine di garantire la continuità anche in ciclici periodi di “magra”. Siamo a Quartino frazione di Gambarogno, non sulla Quinta avenue di New York); sorpresi quanti, presentatisi in legittima rivendicazione di pagamenti pregressi, vengono accolti da sole porte sbarrate e, qualora riescano a mettersi in contatto con l'ormai già titolare, si sentono rispondere che non c'è un centesimo e che nulla riusciranno a scucire, stante un (provvidenziale?) attestato di carenza beni nel frattempo acquisito. Sorpresissimi, a distanza di tempo, anche quanti ritroveranno la cittadina brasiliana in situazione largamente operativa all'interno di altro esercizio pubblico che viene “ripreso” da terzi pochi mesi più tardi, e nello stesso Comune, ed anzi a distanza d'un paio di chilometri al più.

Tutto sulle spalle e tutta responsabilità della donna, direte a questo punto del racconto; non proprio, conducono a credere le informazioni acquisite e messe in fila nel frattempo. Il coniuge della cittadina brasiliana, difatti, al “crack” non è estraneo: bazzica il bar, con la cui gestione nulla ha a che vedere, nei lunghi periodi di permanenza in infortunio, ed il massimo del suo sforzo consiste nel “suggerire” alla moglie - giusto; è anzi bello che si apportino idee e suggerimenti, pur da esterni e pur senza avere alcun ruolo e pur non essendo dipendenti o collaboratori saltuari - qualche sua pensata. Esempio banale: organizzare una festa lusitana con orchestrina in arrivo dal Paese natio, soggiorno in albergo della durata di una settimana, volo aereo andata-ritorno, spesa 100 e resa uno. In affari, del resto, l'uomo non passa per essere un gatto, e contro di lui parla il precedente fallimento di un'impresa di “import-export”; di lui, in paese, non manca chi noti l'elevato tenore di vita, attitudine a largheggiare, tra le mani il volante di un Suv (sotto intestazione ad una società); un giorno, per sfizio, l'acquisto di un drone. Con quali denari? Il pensiero malevolo non può non insinuarsi.

E adesso, lì, il vuoto; repentina la prima partenza, sotto traccia la seconda, l'odore di fuga con la cassa (vuota, semivuota, semipiena: questo non ha importanza, al momento) è ormai persistente. Voci si sommano alle voci, c'è chi incomincia a pensare di aver preso una mezza fregatura nel dar credito, c'è chi di ciò è convinto. Persino dalle pagine “Facebook”, ad un tempo prodighe di raccontini e di immagini, nulla parla più del Ticino. Ma chissà, magari è solo una breve pausa di riflessione prima del ritorno in grande spolvero.

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